Archive for the ‘recensioni’ Category

“Il tango e il mare” un romanzo di Monica Maria Fumagalli,

il tango e il mare - fumagalli monicaTaverne del porto di Buenos Aires, dove si incontrano “Bionde fanciulle dagli occhi di steppa, lupi norvegesi dalla pelle blu, mozzi neri della Giamaica e uomini di rame di Singapore” e dove un tango cantato da una ragazzina scuote l’anima di questi lupi di mare. Di questo e di tante storie ci racconta il nuovo libro di Monica Maria Fumagalli, danzatrice professionista, insegnante e ricercatrice da molti anni.
Un accostamento solo apparentemente ardito quello che l’autrice, propone ne “il Tango e il Mare”, libro dedicato a tutti quelli coloro che, provenienti da uno o entrambi i mondi, desiderano vedere le proprie passioni con occhi nuovi.
L’idea, come scrive l’autrice, nasce da un incontro casuale con la sensibilità di un uomo di mare che sentiva, nel tango al quale si era appena accostato, una affinità inaspettata e dal ricordo del nonno Dante, “marinaio perfetto”, dalla pipa in bocca e le braccia tatuate. Un viaggio attraverso le storie degli immigrati che, solcando il mare, verso la metà del 1800, lasciavano la patria e approdavano nella città di Buenos Aires, stabilendosi nei pressi del porto. Una città fondata in un legame indissolubile proprio tra il suo porto e le storie degli uomini che la abitano, raccontate dal Tango (non a caso, gli abitanti di Buenos Aires sono tutt’ora “Porteños”, abitanti del porto). Uomini partiti non per scelta, ma per sfuggire alla miseria, che manterranno viva la nostalgia per la terra natia e stretto il rapporto proprio con quel mare che da essa li separa.
Attraverso una ricerca su testi, iconografia e storie dei protagonisti, Monica Maria Fumagalli ci racconta di come questo rapporto così intenso sia presente nel Tango. Un racconto per il quale è stata scelta una forma agile ma ricca di spunti, note a margine, disegni (opera di Emanuela Bussolati, responsabile anche del progetto editoriale) e documenti che lo rendono fruibile per tutti senza però mai perderne l’autorevolezza testimoniata dall’apparato bibliografico e discografico che rivelano la natura di ricercatrice dell’autrice. Ecco che allora leggeremo di un porto che, da ospite di contrabbandieri e pirati diventa, agli albori del diciottesimo secolo, il centro della città e uno dei più importanti di tutta l’America Latina. Oppure della strana storia di Mariano Moreno, segretario del primo governo indipendente coloniale, che morirà in circostanze misteriose pochi giorni dopo il suo imbarco e sarà inghiottito dell’oceano avvolto nella bandiera inglese. Leggeremo storie raccontate dal tango di uomini che all’immensità dell’acqua consegneranno dolore, disperazione e domande che non avranno mai risposta. Un libro dedicato non solo ai ballerini di Tango o agli appassionati di mare ma a tutti quelli che amano il racconto di storie appassionanti. Il volume è il primo della collana “Un paso más”, che raccoglierà le conferenze tenute dall’autrice in diversi paesi del mondo e la documentazione scovata nei suoi viaggi
Francesco Patierno

“Il Tango e il mare” di Monica Maria Fumagalli, Abrazos editore, illustrazioni e progetto editoriale di Emanuela Bussolati

Zacapa – una storia d’amore con un epilogo giallo

zacapaL’Autore presenta la trama:

Sono un ex gentiluomo di provincia. Ex perché ho pubblicato questo volume mettendo alla berlina tutte le cose che Lei voleva cancellare dalla sua mente,
ex perché mi sono reso nemica una persona che probabilmente me la farà pagare. La vita è bella, non ho paura, ho vissuto a sufficienza.

Il romanzo si snoda a suon di musica, sul ritmo del tango argentino, filo conduttore nella prima parte del racconto. Immaginate di ascoltare le note di un tango melodico,

il brio di una milonga oppure la vertigine e l’emozione di un vals che accompagnano amore e momenti di eros, riportati anche in modo crudo, immaginate l’abbraccio sensuale di due amanti tangueros in una milonga solo per due. Con questi ritmi e con gli eccessi di un amore senza futuro, si arriva all’epilogo giallo, scompare una donna, c’è il dramma, il terrore e infine la tragedia.
Zacapa è il mio rhum preferito o meglio lo è diventato dopo aver conosciuto Lei, in un momento di vita che non lascia nulla al caso perché, ti illudi, con gli anni sulle spalle di poter pilotare eventi e situazioni, presente e futuro. Invece tutto è dovuto solamente al destino. Lei e Zacapa hanno firmato emozioni uniche, Zacapa è diventata ad un certo punto la parola d’ordine. Per la nostra storia, il nostro amore, segreto solo per Lei. Zacapa è stata la scoperta dopo il primo bacio, la prima emozione condita da un sapore nuovo che non ci ha più abbandonato, nei nostri viaggi era sempre con noi.
Lo scrivere questi ricordi mi condanna ad una vita di solitudine, Lei non me lo perdonerà mai. Mi resteranno queste righe, meglio di tante fotografie, come un album di ricordi, ogni riga un’emozione, un sorso di rhum.

 
L’Autore

Rodolfo Giurgevich è nato a Ferrara il 3 febbraio 1948, papà profugo dalla Dalmazia, acquario irrequieto dalle cento esperienze, studia a Padova e dopo alcune esperienze dirigenziali , si specializza nel settore della promozione. Pubblicitario prima e giornalista poi, ha scritto alcuni volumi dedicati alla comunicazione. Creativo per natura, insofferente alla banalità, trova nello scrivere quella valvola di sfogo che gli consente di esprimere con stile schietto e sobrio, il suo vivere intriso di generosità e di grandi passioni. Scrive Zacapa in un momento di vita particolare, dedicando al tango argentino questo breve ma intrigante romanzo.

Tango a Venezia. Espressioni di un rito

Lucia De Marchi e Donatella Davanzo

È una notte d’eTango a Venezia. Espressioni di un ritostate veneziana. L’ora non ha importanza. D’estate a Venezia la notte ha un solo unico, lungo sapore, che muta col salire e scendere della marea; un unico colore, che dal tramonto all’alba prende mille sfumature, mille iridescenze, ma è uno solo, indissolubile. Non puoi frazionarlo in minuti, scomporlo in scansioni temporali. D’estate, a Venezia, le notti non hanno tempo. Possono durare un palpito, o recare con la brezza il senso – e il peso – di una vita intera.
In questa notte senza tempo, un vaporetto della linea uno in arrivo dal Lido scivola pigro nell’acqua piatta. Transita davanti allo stupore di San Marco, illuminata di bellezza, e senza fretta imbocca il Canal Grande, lasciandosi a sinistra la meraviglia di Punta della Dogana e a destra una lunga teoria di palazzi assopiti uno contro l’altro. Ma non tutto dorme: nell’aria, ripulita dal calore del giorno, si spande una musica che il clangore del motore tenta per qualche istante di sovrastare, uscendone sconfitto. Una musica esotica eppure familiare, che penetra dentro man mano che si fa più chiara e va a toccare corde profonde prima che si riesca non tanto a contrastarla, ma anche solo ad accorgersene.
Un tango! L’occhio corre alla basilica della Salute. Le note arrivano da lì, dove un gruppo di persone si sta muovendo al ritmo della musica. Il vaporetto procede nella sua corsa onirica, mentre i corpi seguono con eleganza le geometrie disegnate dalla melodia. I movimenti e i suoni sono un tutt’uno con l’architettura. E quella non è più Venezia, o Buenos Aires. È immediatamente un luogo altro, in cui la potenza dell’evocazione ti trasporta in un solo istante.
Un film? No, le figure sono sole, illuminate dalla luce di sempre. Il vaporetto accosta al pontile. Nessuno scende, nessuno sale. Stanno danzando per il solo piacere di farlo. Assistiamo tutti allo spettacolo. I ballerini seguono concentrati il loro percorso, il pubblico improvvisato ne segue altri, più intimi e inaspettati, prima che il marinaio suggelli la visione con il colpo metallico del barcarizzo che si chiude, per un altro viaggio che da quel momento ricomincia.
Ecco il mio incontro con il tango a Venezia. Penso che la condivisione di questo momento sia la miglior introduzione che possa offrire al lavoro di Lucia De Marchi e Donatella Davanzo. Perché se Venezia è la non forma di tutte le forme, e porta in sé la traccia di tutto ciò che l’uomo ha vissuto, sta vivendo e vivrà, è altresì vero che il tango e la milonga sono la colonna sonora ideale per questa inafferrabilità che tanto attrae, e che tanto amore suscita. Un movimento libero all’interno di una struttura ferrea. Pura improvvisazione dentro a regole auree. Così è il tango. Così è Venezia. Danza della carne e danza dell’anima, tutto in uno.
Alberto Toso Fei
ISBN 978-88-88475-38-7        18 euro       Maggiori informazioni a info@francopuzzoeditore.it

Tango a Venezia di Donatella Davanzo (424 x 600)TANGO e VENEZIA, cos’hanno in comune? Molto, a giudicare dall’opera di Lucia De Marchi -antropologa nonché tanguera trevigiana – e Donatella Davanzo – antropologa e fotografa triestina.
Il Romanticismo, il mistero, l’intimità, il tempo sospeso è ciò che appare sfogliando le immagini suadenti del libro, colte nella scena di danza del tango argentino ballato a Venezia.
Le autrici hanno percorso la notte veneziana per scoprire l’intrigante connubio di due realtà che trapelano entrambe mistero e intimità. Da un lato la città con i suoi scorci architettonici unici e dall’altro il tango argentino, ultimo baluardo del Romanticismo, ballato nei campi, campielli, chiese sconsacrate e saloni di splendidi palazzi da più di vent’anni.
Donatella Davanzo commenta: “Mi sono lasciata coinvolgere dal clima pieno di fascino che il movimento dei tangueros trasmette a chi osserva”.
Ma non è affatto facile né scontato cogliere dall’esterno quella particolare dimensione, quasi magica, che s’instaura tra i ballerini. Avvolgersi in un abrazo e piroettare sulle note melodiche di un tango assorbe totalmente le coppie di danzatori, i quali interpretano le note tra vari, passi, adorni e figure, dimenticandosi completamente della realtà esterna per vivere un momento intimo, del tutto personale e unico, nel tempo di una canzone.
Donatella Davanzo è riuscita, nei suoi scatti, a penetrare questo nobile linguaggio del corpo, immortalando dei particolari molto significativi. Ha saputo interagire con lo spazio veneziano, comunicando emozioni che solo Venezia dà, specialmente nella veste notturna, e soprattutto ha creato quel dialogo visivo tra luogo e danza.
Così, anche una volta terminato il viaggio suggerito dal testo e dalle foto, continua a riaffiorare l’ombra dei ballerini sulla Chiesa della Salute come l’espressione languida e appagata in un primo piano di ballerina con copricapo, che ricorda un quadro di Vermeer.
Carla Crevatin
Presidente Triestetango – Circolo del tango argentino di Trieste

Anteprima della Guida Facciamo Tango

Venerdì 1 Febbraio 2013 ore 17,30 – Bibloteca Nazionale Centrale di Firenze, piazza Cavalleggeri 1/h  

  • Letizia Sebastiani direttrice Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze 
  • Angela Manetti autore della guida
  • Manuela Pelati giornalista Corriere della Sera (Roma) e direttrice de la rivista “La Doble Hoja del Tango”
  • Alfredo Helman* scrittore argentino residente in Italia autore del libro Passione di Tango, (Edizioni Clandestine) terzo di una trilogia sull’argentina

      Walter Abrigo in rappresentanza della Federazione Faitango
       Fabrizio Bagatti per la parte storico-musicale
Segue: momento di ballo con esibizione tanguera

La Guida sarà nelle librerie dal 6 febbraio


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Al pianoforte…sulla spiaggia.

Ieri mi sono regalata una intera giornata di mare. Visto che son di Rimini, si potrebbe pensare che sia normale, ma da buona riminese non è così. Il mare è sempre li, ma ti deve chiamare. E ieri mi ha chiamata: un cielo terso e azzurro dopo una serata di pioggia; la sabbia fresca, non ancora completamente asciutta, compatta, contrariamente al solito le impronte restano a lungo, un’aria frizzante….

Come di rigore, ogni volta che faccio una cosa del genere, prima c’è il salto in libreria. E la scelta del libro per queste giornate deve essere casuale. Non posso leggere un libro che ho già a casa. Mi lascio guidare dall’istinto e dall’umore della giornata.
Appena entrata in libreria, il tendone del porto, la mia attenzione è stata catturata da una raccolta delle Edizioni Einaudi in bella mostra di se. Di solito le collezioni non le guardo nemmeno, con quei libri tutti uguali, ma stavolta è stato diverso. Mi attirava proprio il loro ordine. Ho scorso i titoli e l’occhio ha scelto “Al pianoforte” di Jean Echenoz. Mai sentito. Proviamo mi son detta!

 

Il libro non parla di tango, ma di musica e amore, e potrebbe però essere la storia narrata in un tango.
La colonna sonora, in cuffia, mentre lo leggevo non poteva che essere il tango: una splendida selezione di Mosalini, in particolare un “Adios Nonino” (QUI imperdibile) ascoltato e riascoltato in un repeat senza fine, immaginando Max al pianoforte.
😉
Max Delmarc è il protagonista del romanzo e suona il pianoforte, lo stesso pianoforte del titolo. L’autore lo porta in scena così:
“…si era appena sfilato l’impermeabile e a un tratto, quando meno se lo aspettava, Bernie gli diede un’energica spinta sulla schiena proiettandolo oltre il sipario, e i flutti allora si trasformarono in tempesta ed eccolo li, il pianoforte. Eccolo li il terribile Steinway, con la sua lunga tastiera bianca pronta a sbranarti, quella mostruosa dentiera che ti stritolerà con tutto il suo avorio e il suo smalto, che ti aspetta per ridurti in brandelli…..Ci si sedette davanti, il direttore brandì la bacchetta, subito scese il silenzio ed ecco, ci siamo, non ne posso più. Questa non è vita. Ma non esageriamo. Sarei anche potuto nascere e morire a Manila, venditore di sigarette al pezzo, lustrascarpe in Bogotà…E allora forza, visto che siamo qui, primo movimento, op. 21 di Frederic Chopin!”    (pag 9).

Prosegue poi descrivendo le senzazioni provate dal protagonista in quel momento. Mi son sembrate molto simili a quelle che, bene o male, possono accompagnare il primo tango della vita:
Dalla sala, perfino dalla prima fila, nessuno immagina quanto sia difficile. Sembrerebbe che non ci voglia niente. E in effetti, per Max, le cose decollano rapidamente. Quando l’orchestra attacca la lunga introduzione si sente più tranquillo. E non appena tocca a lui, non appena entra nel movimento, tutto va meglio. La paura si attenua in capo a qualche battuta, per svanire dopo la prima stecca, una bella stecca, in un passaggio veloce, di quelle che si perdono nell’insieme e non hanno alcun peso. Dopo la stonatura Max si sente liberato. Adesso ha la situazione in pugno, passeggia, ci sguazza. I semitoni lo ispirano, le pause di semiminima sono esatte, le successioni di accordi si posano come uccelli ballerini, vorrebbe andare avanti all’infinito ma ecco, fine primo movimento. Pausa.”   (pag 10)

Proprio così; il primo tango. Ti senti gli occhi addosso, hai paura di sbagliare, di annoiare, di non ricordare più nulla. Però se il tango ti prende, dimentichi tutto e voli sulla musica con lui. Magari non proprio al primo tango, ma prima o poi succede!!! E sei preso! 😉

Max vive con la sorella e da sempre ama e insegue una donna. Una donna che non conosce, ma che osservava di nascosto ai tempi del conservatorio. Una donna troppo bella per tentare di avvicinarla. Una donna troppo bella da essere solo sognata. Una donna partita per chissà dove alla fine degli studi.
Max la sogna ancora ogni sera, nonstante siano passati tent’anni: pensa a lei ogni giorno, crede di vederla in molte occasioni, prova a inseguirla scoprendo che non è lei… Sogna di averla ai suoi piedi mentre suona il pianoforte…. Ma non ha idea di dove possa essere.

Monumento a Chopin – Parc Monceau – Paris
“Bernie seguì Max rassegnato verso il cancello sud del parco, premurandosi comunque
di evitare, per principio, il monumento a Chopin – che lo ritrae al pianoforte, in piena
azione, intento a strimpellare chissà quale mazurka mentre l’immancabile fanciulla
seduta sotto lo strumento, i capelli ricoperti da un velo e curiosamente dotata di
piedi enormi, concentratissima, si copre gli occhi con una mano in preda all’estasi
<<Cazzo ma questa musica è troppo bella>> o all’esasperazione
<<Cazzo non ne posso più di quest’uomo>>.”
   (pag. 31)

Colpo di scena: la prima parte del libro si conclude con l’uccisione di Max durante una rapina; la seconda parte è ambientata in una specie di “Centro di Orientamento specializzato” dove il protagonista aspetta di conoscere il suo futuro: tornerà sulla terra, nella sua città, per l’eternità, ma con un nuovo aspetto, sotto un’altra identità, con l’obbligo di cambiare attività e l’assoluto divieto di contattare persone conosciute da vivo, di farsi riconoscere, di riallacciare vecchi rapporti. Pena grandi sofferenze: l’inferno, un inferno dell’anima.

Il ritorno al mondo avviene a Iquitos, nel sud dell’America, dove Max viene mandato per crearsi la nuova identità. Nuovo nome: Paul; nuovo lavoro: barista in un Hotel di Parigi; nuova vita, ma vecchi i ricordi. Ancora sogna di lei… e il caso vuole che in questa “rinascita” finalmente la incontri. Proprio lei, la donna dei suoi sogni, la sempre amata. Finalmente l’ha ritrovata … cerca di contattarla, contravvenento alle regole del Centro. Così arriva il suo inferno: nemmeno in questa vita potrà averla: lei è di un altro. Potrà solo continuare a sognarla, a immaginarla, a guardarla in segreto, a desiderarla … e questa volta sarà per l’eternità ….

Dite se non è una storia da tango. Una storia d’amore struggente, solo promessa, solo sognata, solo accennata, impossibile come quella che dura i i tre minuti di un tango o per l’eternità.

JEAN ECHENOZ – AL PIANOFORTE – EINAUDI

Una lettura insolita sotto l’ombrellone 😉
Un caro saluto
Chiara

Un tango per tre mogli!

Ho visto un bellissimo film di Marco Risi: “Tre mogli“. Uno spasso di film; una poesia di film.

E’ la storia di tre mogli Billie, Beatrice e Bianca, che partono in cerca dei mariti, scappati dopo una rapina alla banca dove lavoravano (direttore, cassiere e guardia). Sono tre donne molto diverse, una casalinga super stressata e imbottita di farmaci antistress; un’altra fredda e algida borghese, abituata al lusso e agli agi e la terza, è una ragazzina ribelle, che ama sconvolgere chi le sta attorno. Tre tipi diversi che più diversi non si può.

La locandina

Partono alla ricerca dei mariti, ma in realtà compiono un viaggio per ritrovare loro stesse. Con loro, all’inseguimento dei fuggiaschi in Sud America un simpaticissimo Greg (del duo Lillo e Greg) nel ruolo del detective della polizia.
Le tre donne si ritrovano a Buenos Aires, nella Pampa, fino ad arrivare in Patagonia sul Perito Moreno! Inizialmente si mal sopportano, ma le avversità della terra straniera e le forti emozioni che riescono a provare, le trasformano in tre perfette amiche
Bellissima fotografia; simpatiche le situazioni e i dialoghi: una vera commedia all’italiana (QUI trovate una bella recensione).

Non vi racconto il finale per non rovinarvi la sorpresa: avrei voluto mettervi proprio la scena finale, una bella scena dove il tango fa da sottofondo, ma poi avreste capito tutta la trama…e questo non va bene. 😉

Allora vi ho scelto la scena in cui la casalinga stressata incontra il tango (e non solo) alla Confiteria Ideal!:-)

Decisamente è da vedere in queste calde sere d’estate! 😀
Un caro saluto
Chiara

De Amicis a Buenos Aires

Edmondo De Amicis, il papà del libro Cuore, fu, fra le altre cose, anche inviato del giornale “La Nazione” di Firenze. Grazie alle conoscenze in campo giornalistico, acquisite in quella occasione, nel 1884, in una sorta di gemellaggio con La Nacion di Buenos Aires, visitò le citta sul Rio de la Plata. Sia a Buenos Aires che a Montevideo tenne conferenze per raccontare degli illustri italiani, fra quelli amati oltre oceano. Nel 1889 pubblica il bellissimo Sull’Oceano, dove racconta la traversata Genova-Buenos Aires fatta in quella occasione.

Il libro racconta il viaggio degli emigranti in cerca dell’America! Le aspettative, i timori, i desideri di chi viaggiava nella classe economica, contrapposti ai pensieri di chi, come lui, viaggiava in prima o seconda classe. QUI  potete leggere il libro o qualche pagina in formato elettronico. Un bellissimo spaccato della relatà dei nostri nonni, di quelli che a Buenos Aires hanno senz’altro contribuito a creare il tango per quello che è.

L’imbarco…
Quando arrivai, verso sera, l’imbarco degli emigranti era già cominciato da un’ora, e il Galileo, congiunto alla calata da un piccolo ponte mobile, continuava a insaccar miseria: una processione interminabile di gente che usciva a gruppi dall’edifizio dirimpetto, dove un delegato della Questura esaminava i passaporti.La maggior parte, avendo passato una o due notti all’aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora attaccata al petto la piastrina di latta dell’asilo infantile passavano, portando quasi tutti una seggiola pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie d’ogni forma alla mano o sul capo, bracciate di materasse e di coperte, e il biglietto col numero della cuccetta stretto fra le labbra. Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti; delle vecchie contadine in zoccoli, alzando la gonnella per non inciampare nelle traversine del ponte, mostravano le gambe nude e stecchite; molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. Di tratto in tratto passavano tra quella miseria signori vestiti di spolverine eleganti, preti, signore con grandi cappelli piumati, che tenevano in mano o un cagnolino, o una cappelliera, o un fascio di romanzi francesi illustrati, dell’antica edizione Lévy….

La partenza…
…Nella città brillavano già dei lumi. Il piroscafo scivolava pian piano nella mezza oscurità del porto, quasi furtivamente, come se portasse via un carico di carne umana rubata. Io mi spinsi fino a prua, nel più fitto della gente, ch’era tutta rivolta verso terra, a guardar l’anfiteatro di Genova, che s’andava rapidamente illuminando. Pochi parlavano, a bassa voce. Vedevo qua e là, tra il buio, delle donne sedute, coi bambini stretti al petto, con la testa abbandonata fra le mani. Vicino al castello di prua una voce rauca e solitaria gridò in tuono di sarcasmo: – Viva l’Italia! – e alzando gli occhi, vidi un vecchio lungo che mostrava il pugno alla patria. Quando fummo fuori del porto, era notte.
Rattristato da quello spettacolo, tornai a poppa, e discesi nel dormitorio di prima classe, a cercare il mio camerino….

L’arrivo….
“…Quando misi piede a terra, mi voltai a guardare ancora una volta il Galileo, e il cuore mi batté nel dirgli addio, come se fosse un lembo natante del mio paese che m’avesse portato fin là. Esso non era più che un tratto nero sull’orizzonte del fiume smisurato, ma si vedeva ancora la bandiera, che sventolava sotto il primo raggio del sole d’America, come un ultimo saluto dell’Italia che raccomandasse alla nuova madre i suoi figliuoli raminghi.”

Da leggere sotto all’ombrellone…tempo permettendo!!!
Un caro saluto
Chiara