Archive for the ‘interviste’ Category

Il Tango argentino su Radio CrossOver

Presentiamo finalmente la prima puntata della nostra trasmissione dedicata al Tango Argentino! Questa trasmissione è orientata a tutto il pubblico, quindi non solo agli specialisti o chi è già appassionato ma anche a chi è semplicemente curioso di conoscere questo nostro affascinante “mondo parallelo”.
Nel corso delle varie puntate, che avranno cadenza pressapoco mensile, parleremo di musica, ballo, poesia, costumi sociali della milonga e cultura argentina. Avremo anche ospiti in diretta e ci sarà spazio sia per chiacchiere che per approfondimenti.
Nella prima puntata sarà con noi Mario Savella che ci parlerà del Barrio Tanguero, la prima associazione di tango Torinese fondata nel 1990.
Mario ci racconterà degli esordi del tango a Torino e delle attività del Barrio Tanguero che ha posto le basi e, nel corso dei suoi 20 anni di storia, ha sviluppato sia l’insegnamento del ballo sia la valorizzazione della musica e della cultura Argentina.
Marina ci proporrà poi un approfondimento musicale dedicato ad un autentico gigante della musica di Buenos Aires: Anibal Troilo ed il suo bandoneòn.
Appuntamento quindi SABATO 13 FEBBRAIO alle ore 16:00 su Radio Crossover!

Roberto Finelli

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Intervista ai Fervor de Buenos Aires

Questa volta pubblico un’intervista che non è fatta da me, ma da Susi di Cesena, dell’associazione Medialuna, che ha approfittato di un recente viaggio in Argentina per chiacchierare con questo gruppo e ci ha mandato generosamente l’intervista da pubblicare.

Buenos Aires, Corrientes y Callao, 22 marzo 2008

INCONTRO CON I FERVOR DE BUENOS AIRES: Intervista a JAVIER GINGUA, leader dell’orchestra.

Susy: Siamo nel 2008: perchè vi presentate con una ‘Orchesta Típica’?
Javier: Perchè abbiamo preso l’essenza degli anni ’40, che fu l’epoca d’oro delle orchestre nel Rio  de La Plata: oggi nel 2008 è una grande sfida intraprendere un progetto di questo tipo.

Susy: Come avete scelto il nome “Fervor de Buenos Aires”?
Javier: Sulla base del libro del  maestro Jorge Luis Borges e il suo “Fervor de Buenos Aires”.

Susy:  Voi proponete lo stile di Di Sarli. Perchè avete scelto proprio questo stile?
 Il modo di ballare il tango è evidentemente cambiato negli ultimi anni. Si stanno  sfruttando al massimo le potenzialità di movimento che esso contiene. La vostra  musica come si inserisce in questo contesto?
Javier: Abbiamo scelto lo stile di Di Sarli per varie ragioni. Perchè le nuove orchestre hanno
 ripreso lo stile del maestro Osvaldo Pugliese, e questo ci ha in qualche modo costretti a ricercare e riscoprire, nella musica e nel ballo, il sentimento del maestro Di Sarli. Abbiamo cominciato suonando gli stessi temi classici della sua orchestra per poi continuare il percorso, adattandolo a questo  nuovo secolo (e al nuovo millennio), alle nuove generazioni di ballerini, di musicisti,di poeti e di spettatori che di giorno in giorno stanno scoprendo il sentimento  tanguero.

Susy: L’ancoraggio forte alla tradizione che la vostra musica propone è una scelta per dimostrare qualcosa, per potere dire qualcosa oppure “si suona perchè la gente balli”?
Javier: Per entrambe le cose.

Susy:  L’Argentina è una terra molto tradizionalista e nazionalista. Come pensate si possa esprimere attraverso la musica un’esigenza di rinnovamento e di sviluppo?
Javier: In questi ultimi cinque anni i giovani hanno incontrato di nuovo il tango, non so se perchè è di moda e fa tendenza, o per qualche altro motivo, però so che ogni giorno si  formano nuove orchestre, nuovi gruppi minori, fioriscono nuove milonghe dove si  insegna  a   ballare e  molti posti dove si stimola la diffusione del tango; ci sono inoltre gruppi rock che propongono ogni tanto un tango nel loro repertorio: tutto ciò non nasce all’improvviso, per caso; al giorno d’oggi è incredibile vedere quanti giovani vanno in milonga e la quantità di musicisti che si rivolgono al tango. Noi di Fervor veniamo quasi tutti dall’ambiente del rock.

Susy:  I maestri di tango e i ballerini argentini adorano la vostra musica, amano ballare la vostra musica e soprattutto quelli che più di altri hanno espresso  volontà di innovazione   nel  tango. Come spiegate questo?
Javier: Il fatto di essere un’orchestra composta da musicisti giovani già ci dà un’aria rinnovatrice; per fortuna stanno nascendo molte orchestre di musicisti giovani, ma la cosa più  importante secondo me è il sostegno del pubblico: quando incontri ancora molte persone   che hanno vissuto  gli anni ’40 e che cercano di paragonarci a quelle orchestre e al modo di vivere quegli anni (a quel tempo tutto era tango, c’erano milonghe e orchestre, caffè, locali da ballo e clubs dove si ballava con orchestra dal vivo dal martedì  alla domenica), noi sappiamo bene che quei tempi non ritorneranno; noi siamo il rinnovamento del tango assieme alle altre orchestre e ai ballerini adattati al modo di vivere del 21° secolo.

Susy: Cos’è che rende ancora vivo e pieno di energia un brano di Di Sarli, oggi?
Javier: E’ difficile da spiegare…; come musicista mi trasporta in mille luoghi, è una forza inspiegabile.

Susy: La tecnologia e la musica: come vivete questo rapporto? Che futuro c’è per la musica
  e quindi per il tango?
Javier: La tecnologia ha fatto enormi progressi negli ultimi anni, oggi si possono fare molte cose che solo cinquant’anni anni fa nemmeno si immaginavano (senza parlare poi delle origini del tango, quando non c’erano le registrazioni ad aiutare il musicista). Noi oggi registriamo alla maniera antica, tutti assieme allo stesso tempo per creare l’effetto reale (per suonare come dal vivo), ma con la tecnologia di oggi.

Susy: Cosa rappresenta per voi la tradizione? Un luogo storico o artistico?
Javier: Entrambe le cose…

Susy: Bene Javier, in fondo la storia delle emozioni non cambia, semmai si amplia. Ascoltare la vostra musica è davvero un piacere, e sicuramente ciascuno ballerà le vostre note romantiche con la propria storia. Buona fortuna, ragazzi

Vi ricordo che l’Orchestra inizia tra poco un giro in Europa e qui in Italia si esibirà a Cesena il 1° Maggio, nel bellissimo Teatro Verdi, a Udine (Fagagna per la precisione) il 2 maggio, il 30 aprile a Milano.

Qui trovate il link al libro citato nell’articolo, e qui potete rileggere quello che Nick aveva pubblicato su questa orchestra nel nostro blog.

I quadri di Ricardo Albisini

Questa volta parliamo di Ricardo Albisini, uno dei grandi artisti che si son dedicati a dipingere temi del tango. Era nato a Tandil, in provincia di BsAs, nel 1941; ha esposto in tante mostre individuali, ha vinto numerosi concorsi, è stato maestro per tanti altri artisti a cui ha trasmesso la sua tecnica e la sua passione (QUI un dettagliato curriculum).

Molte sue opere sono esposte nei musei argentini, o si trovano nei libri di tango in tutto il mondo. Tanti suoi disegni illustrano i fascicoli “Letras de Tango” pubblicati sotto la direzione di José Gobello: veri pezzi da collezione.

Que lindo es bailar

Racconta in una intervista del 2001 fatta da N. Dipaola: “Vissi il tango fin da molto piccolo. Per me è un sentimento e quindi complesso da rappresentere. Nel mio quartiere c’era un bandoneon in ogni strada. Al lato della mia via c’era Etchecoin, un ragazzo che suonava tutto il giorno. Suonava il bandoneon, come Garcia che abitava di fronte… Dietro l’angolo succedeva lo stesso, compresa l’Academia dove insegnava il maestro José Ferrer. Vivevo al seguito di musicisti e cantanti, perchè per esempio Carlito Pugliese, grande cantante, viveva nella strada vicina prima di trasferirsi a Alsina. Era un altro mondo“.

 -Troilo ’41 –

El cantor

E continua: “Anche i vecchi bar. Posso affermare che mi son creato nel Bar Colon, che stava nell’angolo dove ora c’è un calzolaio. Cosa ci facevo così piccolo nei bar? Era vicino a casa mia e mio papà mi dava una moneta per comprarmi le caramelle; così andavo al bar, mettevo la moneta nel giradischi e ascoltavo un tango di Jorge Vidal, Confidencias (QUI): mi incantava“.

Desde la esquina –

Tornavo a casa sognante e appena potevo tornavo al bar per guardare qualche giocatore di biliardo, per imparare. Era una bar molto frequentato perchè venivano giocatori abilissimi che lavoravano alla ferrovia. Ho fatto qualche quadro di alcuni di questi biliardi. Ho dipinto i bar che non ci sono più, ma sono dentro di me“.

 –Seduccion tanguera

Mi son piaciuti molto i colori di questi quadri. Quei blu e azzurri usati come sfondo: creano una atmosfera di sogno, come se i ricordi di un bambino fossero coperti da una patina del tempo. E su di essi spiccano i rossi degli oggetti, dei particolari che richiamano l’attenzione, come sprazzi di una memoria più fresca. Molto belli.

Un caro saluto
Chiara
 

Intervista ad Esteban Moreno e Claudia Codega

Voglio ringraziare entrambi di cuore. Hanno dimostrato una grande professionalità e simpatia, oltre a dire cose veramente interessanti, che mi hanno veramente arricchito di stimoli e curiosità.

Faccio anche tantissimi complimenti ad Esteban, in attesa di diventare papà tra poco.

 

 

 

Cosa pensi del tango nuevo?

 

Secondo te cos’è il tango nuevo?

 

Uno stile con modalità di ballo diverse, con dinamiche più aperte, che segue una musica parzialmente diversa, molto elettronica (rispondo con qualche goccia di sudore che mi cola dalla fronte). Ho detto giusto?

 

Secondo me no. Secondo me non è uno stile. E’ una ricerca, un’esperienza di analisi forse più interessante del risultato finale del movimento, ed offre molti spunti diversi.

Il tango nuevo è una grande esperienza, discute gli stili e li reinterpreta e non è ancora finito come spazio di ricerca e di studio, ma soprattutto è ancora piuttosto una modalità di pensare il ballo. Che tra l’altro è sempre esistita. Voglio dire,  ci sono sempre state persone che in questo senso facevano “tango nuevo”. Ma adesso è diventato un marchio per bisogni di mercato.

Bisogna innanzi tutto capire che cos’è uno stile. E’ formato da un insieme di tante cose: passi e movimenti, con una logica coreografica che li unisce (non tanto nella coreografia quanto nell’improvvisazione), una musica che li accompagna, ed infine una componente fortissima di elementi tradizionali e rituali. Ad esempio cambia nel tempo il concetto di eleganza: non fa parte della necessità di movimento, ma degli elementi sottintesi allo stile che cambiano nel tempo, ed ogni stile ne ha un concetto diverso.

Oramai non basta più affermare, semplicemente ed istintivamente, come si faceva una volta :”il petto marca”. E’ una definizione arcaica, che va spiegata molto meglio e che deve trovare precisazione in un lavoro di analisi, di messa alla prova dei risultati possibili.

Nel cosiddetto ”tango nuevo” puoi essere fermo e ballare, con pochi passi puoi costruire il tuo ballo. Ma questo si poteva fare già prima.

Ma il lavoro di analisi, allo stesso tempo, ti offre migliaia di aperture diverse: una importante è basare il lavoro sull’improvvisazione, per capire veramente il sistema di comunicazione nel modo più completo.

Un’altra è la costruzione del movimento meno basata sul giro della donna, quanto su una circolarità di movimenti reciproca.

L’uomo poi riesce a dare molte più informazioni alla gamba libera della donna, vi è quindi la costruzione di molte possibilità a partire dal fuori asse.

I movimenti fuori asse esistevano già in altri stili, ma derivavano da altri fattori, dall’eleganza, dal contatto ma non dal movimento come ora.

C’è una ricerca più profonda di musicalità.

Poi una tendenza a studiare le dinamiche in linea, circolari, di livelli.

Il rischio è che il risultato finale si trasformi in un ballo meno sociale, più elaborato, ma io penso, alla fin fine, che questo rischio non ci sia. Me lo prova il fatto che la gente normale, quella che balla, raramente applica un unico stile quanto piuttosto riesce a fondere in un proprio, personale modo di ballare, spunti che derivano da tanti stili diversi.

 

E’ molto interessante quello che dici, ma mi sembra che tu e Claudia stiate cercando di applicare queste dinamiche nuove. Come procede la vostra ricerca nell’ambito del tango più nuevo (per la serie: se ho sbagliato prima, forse con qualche giro di parole ci arrivo meglio! sig…)?

 

Non mi ritrovo nella domanda, principalmente per il fatto che non mi ritrovo in uno stile vero e proprio (e vai…lo sapevo che cannavo di nuovo..).

Noi siamo conosciuti più in uno stile salon perché siamo partiti da questo, non nel suo modo più ortodosso ma in quello un po’ più aperto.

Cerchiamo di conservare queste basi e trasmetterle nel momento in cui insegniamo.

Ma siamo anche in una fase di esperienze nuove, e nel nuovo tentiamo di non perdere quello che ci piace del salon, pur non insegnando ne l’uno né l’altro nella sua forma più pura. Vogliamo mantenere piuttosto una fusione tra gli elementi che ci piacciono dei vecchi stili, come l’abbraccio, la linearità, certe esperienze ritmiche del milonguero, e quelli nuovi che man mano sperimentiamo.

Io e Claudia stiamo cercando di trovare un nostro stile ed un nostro percorso passando attraverso diversi stadi: l’analisi, l’evoluzione e poi il recupero, infine il tentativo di trasmettere agli altri quello che si è appreso.

Non sappiamo a priori che cosa rimarrà di questa ricerca, dal momento che non cerchiamo solo di perpetuare delle forme, quanto di provarle. Noi proviamo una forma ed una dinamica: se funzionano la teniamo, altrimenti la buttiamo via e ripartiamo.

 

Dove fate questa ricerca?

 

Il nostro centro principale di riferimento rimane Buenos Aires, dove torniamo a rielaborare stili e coreografie, ma un po’ per circostanze e necessità, un po’ per scelta, non scegliamo un metodo unico ma piuttosto cerchiamo un modo diverso di evolvere, momento per momento. Vivendo in Europa, infatti, siamo costretti a tornare a B.A. quando il tempo e le circostanze ce lo permettono… E comunque B.A. è a tutt’oggi il luogo principale per fare ricerca e studio di tango.

 

La fate da soli o anche con altri?

 

Questa ricerca la portano avanti anche altri, principalmente nostri coetanei. Purtroppo abbiamo perso, per scelte di vita e di trasferimenti, i nostri vecchi punti di riferimento, e quindi dobbiamo arrangiarci da soli tra quello che rimane dei vecchi punti di riferimento storici (diciamo in memoria) ed il lavoro nuovo. Comunque lavoriamo molto insieme ad amici e colleghi, molto spesso nei festival o quando facciamo spettacoli. Il tempo che dedichiamo alle prove lavorando in gruppo è speciale, ricco, stimolante.

 

Vi piace vivere in Francia (per la serie: prima o poi ce la farò a trovare un argomento neutro dove non faccio brutta figura…)

 

Claudia dice: La Francia è un buon punto di partenza per l’Europa.

Riparte Esteban,: abbiamo trovato Lione come base, e da lì viaggiamo molto per lavoro. Questo ci crea molta libertà mentale.

Al di là di questo, abbiamo avuto la fortuna di aver trovato in quella città un ottimo rapporto con un tessuto culturale, che ci ha permesso di produrre due spettacoli con rischi economici molto grossi.

Abbiamo infatti ottenuto una coproduzione con un teatro, che ha guidato nel periodo di creazione.

Quando ci siamo conosciuti, infatti, hanno deciso di investire con noi: gli abbiamo fatto la prima proposta nel 2000, e loro ci hanno detto di sì per il 2005. Dal 2000 in avanti è stata tutta opera di organizzazione e di formazione per noi…

La cosa che abbiamo sentito e ci è piaciuta è che siamo diventati parte di un vero e proprio progetto culturale.

 

Con chi lavorate lì in Francia? Solo con questo teatro o anche con altri?

 

Collaboriamo anche con un’associazione, Tango de Soie, per la diffusione e la creazione di un progetto culturale per il tango a Lione e in rete con altre realtà tanguere.

 

Saltando argomento, la scorsa estate vi ho visto a Parma in uno spettacolo..

Lo spettacolo che hai visto è nato da una richiesta dell’ATER, associazione teatrale dell’Emilia Romagna, che voleva uno spettacolo semplice e lineare, da organizzare in tempi brevi.

Normalmente sono abituato a creare con calma un progetto completo in tutti i suoi aspetti.

Questa volta ho realizzato una cosa più semplice, quasi artigianale nel metodo, curando comunque l’aspetto qualitativo basato anche e soprattutto sulla serietà degli altri partner. Il risultato è stato quindi uno spettacolo che metteva in risalto non solo il gruppo, ma anche le singole personalità nel ballo.

 

La cosa che mi è piaciuta molto di quello spettacolo è stata che voi non facevate la parte dei leoni. Mi spiego meglio. Si vedeva che eravate sul palco insieme agli altri, e non sugli altri.

 

Non abbiamo bisogno di risaltare come stelle dello spettacolo. Noi lavoriamo già molto per conto nostro, e quindi ci buttiamo in avventure teatrali quando incontriamo persone che ci piacciono, di cui ci convinca lo sguardo.

 

Cosa pensi degli spettacoli di tango in generale?

 

Penso che lo spettacolo di tango tradizionale stia arrivando al suo esaurimento, ma allo stesso tempo che lo stile nuevo non sia ancora pienamente formato.

Quello che succede quasi sempre è che si copiano le strutture tradizionali, che comunque hanno un riscontro di pubblico, e non si provano e finanziano cose nuove.

Infatti nel circuito off iniziano ad esserci cose nuove ed interessanti, ma per poter arrivare al grande pubblico avrebbero bisogno di finanziatori che investano su di loro. Ma questo non avviene perché è rischioso, e non ha ritorno certo di pubblico.

Quindi l’effetto finale è che il tango show è al suo limite, ma il nuovo non abbia trovato ancora la sua via.

 

Ma, secondo te, da cosa nasce questo esaurimento?

 

Per me è provocato dalla stessa,identica, forma intrinseca che si ripete costantemente.

Mentre invece il nuevo deve ancora svilupparsi sotto l’aspetto musicale, coreografico e teatrale.

 

Come potrebbe migliorare la situazione?

 

Potrebbe migliorare se gli organizzatori cercassero per i loro eventi l’elaborazione di una politica culturale seria. Non a caso i festival che funzionano di più sono quelli che riescono a creare un legame culturale….

Interviene Claudia: Guarda che lo spettacolo tradizionale attira ancora, soprattutto il grande pubblico. La maggior parte della gente vuole vedere quella che è la sua idea del tango, che trova comunque una buona dimensione nel tango tradizionale.

 

Visto che siamo a fini chiacchierata, posso chiedere una cosa a Claudia? Tu parli poco in generale: sei timida o c’è qualche altro motivo?

 

Claudia risponde: Io sono una persona timida.

Riprende a parlare Esteban: Lei è una persona sintetica e riservata, mentre io sono l’estroverso che chiacchiera, chiacchiera.. Magari ci ritroviamo insieme ad un appuntamento con una persona e io parlo, parlo… Poi improvvisamente lei dice una sola cosa, ma è quella perfetta che riassume in pieno la situazione.

E’ una persona incredibile.

 

Intervista ad Alberto Colombo

Ho parlato con Alberto Colombo, che mi ha spiegato qualcosa sul suo modo di vedere il ballo e di concepire il tango. Lo ringrazio, perchè si è messo a chiacchierare con me con molta tranquillità e serenità. La cosa mi stupisce sempre, soprattutto quando parlo con le persone che fanno del tango il loro interesse principale con risultati come i suoi.

Spesso affronto queste interviste con timor panico (ebbene sì, è davvero così  🙂 ), che deriva dall’aver visto questi personaggi solo sul palco o a lezione in veste di maestri.

Poi inizio a parlare con loro, e questa paura scompare nel fatto di creare un rapporto e nelle risposte franche. Grazie mille, Alberto! 

 

 

Sei stato uno dei primi a ballare in Italia (ovviamente in tempi recenti.. ha iniziato intorno alla fine degli anni ottanta ndr). So che hai iniziato con Silvia Lidinski. Ma che tipo di danza vi proponeva?

 

Silvia è una ballerina di danza che aveva la passione per il tango, pur non avendolo studiato in senso classico. Ma, avendo vissuto la Buenos Aires anche delle milonghe, conosceva molto bene la storia dei luoghi e delle persone. Tanto per capirci, aveva iniziato a chiamare Balmaceda come ballerino nella sua compagnia ben prima che lui fosse conosciuto, per la ragione che approfondendo il ballo in modo da toccare solo in parte il tango, ne era pur sempre interessata.

Il suo era un lavoro di improvvisazione corporale, una sorta di teatro danza che partiva dalla danza contemporanea per ottenere ed usare in modo nuovo il passo di tango. Parlava e riusciva a stimolare i sentimenti delle persone, e l’effetto finale, per me, è stato come se mi spiegasse il francese partendo dall’inglese, perché comunque lei riusciva ad insegnare le lingue!

Insomma, è come se in quel periodo, caratterizzato da una ricerca continua di dinamiche e suoni, lei abbia fatto da trait d’union, da ponte tra la cultura del tango ed i nuovi stimoli ed interessi che coinvolgevano i giovani.

Tieni poi presente che all’epoca il tango qui si conosceva pochissimo, e veramente si era fortunati a conoscere i pochi passi base….

 

Tu vivi e lavori a Milano, una città che io trovo molto particolare come ballo. Infatti, da esterna, ho sempre avuto l’impressione che gli ambienti di ballo di tango fossero impermeabili l’uno con l’altro, senza grossa comunicazione reciproca..

 

Si, in effetti Milano è una realtà un po’ particolare. Considera innanzitutto come è nato e come si è sviluppato qui il tango.

Milano è stata una forte zona di lavoro per il maestro Roldan, che lavora su un tipo di tango molto particolare, quasi apilado, diverso dal salon tipico che si balla quasi dappertutto a Buenos Aires. Io poi sono stato un altro polo di sviluppo e studio: pur ballando con un abbraccio non largo, sono sempre stato definito come uno che balla tango nuevo. Io preferisco definirmi come qualcuno che balla un tango che ricerca, quasi sperimentale. D’altronde avevo visto ballare Veron, Naveira, in jeans, vestiti normali, e quel modello lo sentivo più mio della giacca, cravatta e schiena irrigidita che mi sembrava appartenere ad altri stili.

Di conseguenza a questo modo diverso di vivere ed insegnare si è creata una sorta di divisione del pubblico sulla base di un fatto generazionale, di gusto. Da uno sono andati i giovani che volevano sperimentare, divertirsi, un po’ “cazzoni”, insomma. Dall’altro chi amava di più un modo tradizionale di approcciarsi e di vivere la musica.

In un primo momento questi mondi sono stati veramente molto staccati tra loro. Ora devo dire che la situazione si è molto ammorbidita, e la gente vive molto di più tutti gli ambienti.

La mia percezione in questo momento è che non vi siano intolleranze sulla base del modo di ballare, ma che la gente inizi a girare di più ed a conoscersi di più, ed a mischiare di più il modo di ballare.

Paradossalmente la cosa è un po’ in controtendenza rispetto a quello che ho visto a Buenos Aires, dove viceversa mi sembra che gli ambienti di ballo si stiano specializzando di più.

 

Posso confessarti una cosa? Io quando sono venuta al Bellezza ho ballato pochissimo.. è stato abbastanza frustrante. Ma è così tutta la città?

 

In realtà dipende molto dal locale in cui vai. Il Bellezza, dove organizzo io la milonga, in realtà nasce come pratica post corsi. Diventa allora naturale che la gente giri in gruppo tra i diversi corsi, che ballino tra di loro, e questo si nota tantissimo tra la gente più giovane, che avverte molto forte l’ottica di gruppo.

In altri posti le stesse persone che al Bellezza invitano poco, invitano molto di più e si lanciano anche alla scoperta delle straniere della situazione… Tanto per fare qualche nome alla Comuna Baires, al Caribe, si balla facilmente. Ma ci sono anche altri posti, ora non riesco a nominarli tutti.

Tieni presente che essendo una grossa città, in generale c’è poca curiosità per il forestiero, cosa che magari in città più piccole funziona da richiamo per il ballerino/a che arriva… Poi proprio perché è una città si sente che è un po’ persa la cultura del ballo popolare tout court, quindi ci vuole del tempo per farsi conoscere ed apprezzare.

 

Il tuo modo di insegnare è cambiato negli anni?

 

Certamente si. All’inizio ero molto più sperimentale di adesso, nel senso che il mio era proprio un laboratorio più che un corso tradizionale, non facevo ad esempio ripassi..

Ora certamente ho un sistema di insegnamento che mantiene un certo livello di ballo, con una forte selezione iniziale. Lo dico nel senso che mi piace procedere velocemente, e quindi c’è una selezione naturale tra gli allievi che riescono a seguire e quelli che si stancano, perché procedono più lentamente oppure perché vogliono approfondire in modo diverso le cose.

Devo dire che poi la realtà di Milano, con tanti bravi professionisti che lavorano in un livello medio di insegnamento veramente alto, aiuta facilmente a cercare una propria collocazione.

 

Rimani convinto della scelta di essere un professionista del tango?

 

Devo dire di si. Certamente dopo un certo tempo che fai un lavoro arrivi a fare delle valutazioni e dei riepiloghi, e penso di essere proprio in un momento di analisi.

Ed ho concluso che sono contento della scelta, non cambierei lavoro anche perché quando ti abitui a fare quello che ti piace è difficile cambiare  ed anzi diventi sempre più esigente, vorresti imporre sempre più i tuoi tempi ed i tuoi modi di essere.

Purtroppo quando però scegli un lavoro che è anche la tua passione, devi arrivare a dei compromessi.

Per me il problema più grosso è stato abituarmi a fare delle esibizioni, perchè mi è difficile mettermi a nudo. Pensa che io sono milanese purosangue, ho forte dentro di me l’etica del lumbard, sobrio nella sua cultura industriale, e certamente non ho la vocazione dell’espressione come i popoli sudamericani, e gli argentini in particolare nel tango.

Fortunatamente mi è sempre piaciuto invece insegnare, e questo mi ha portato anche ad accettare i lati che sentivo meno miei di questo ballo.

 

Come ti trovi con Alessandra?

 

Molto bene, direi che siamo assolutamente complementari nel modo di insegnare. Io sono più filosofico, cerco di astrarre e di ritrovare il concetto. Lei è più precisa e concreta. Questo crea un mix veramente ben riuscito.

 

Come vedi il tango di oggi?

 

Sta subendo secondo me una profonda  trasformazione.

Quella che era una sperimentazione iniziata diversi anni fa con Naveira si può dire che si sta esaurendo. Ora in generale in tutto il mondo si torna ad un tango più tradizionale, meno astratto.

Ricordo ancora i lavori di Naveira, che guardava i  passi dei vecchi milongueri e li rivisitava, cercando di capirne le dinamiche e le modalità.

Poi sono arrivati Chicho ed Arce. Chicho è il vero innovatore del tango, continua a ideare anche se sta tornando verso forme più tradizionali, nel suo modo di ricerca disordinato. Arce poi ha dei limiti e delle modalità di lavoro pazzesche, riconoscendogli in ogni caso una capacità di ordine e di trascinamento delle masse unica. Esteban sta proseguendo con una sua ricerca molto raffinata.

Io in tutto questo mi sento un ibrido: Sabino qualche tempo fa mi ha detto che sono vintage…

Cosa vuoi che ti dica? A me piace continuare a sviluppare le forme, capirne le ragioni. E devo dire che i risultati mi piacciono ancora.

 

Intervista a Felix Picherna

Ho approfittato di un giro al festival di Torino per riuscire a fare una chiacchierata con Felix Picherna, musicalisador argentino che tutti conosciamo e che allieta da tanti anni le nostre serate.
E’ stata una bellissima esperienza, con lui che parlava a ruota libera dei suoi ricordi e della sua vita.
Lo ringrazio di quello che mi ha trasmesso, e mi sento molto fortunata di aver parlato con lui.

Sono nato a Recife, a 180 km da Buenos Aires, cittadina dove il 90 % dei cognomi è italiano.
Il mio papà aveva un cognome italiano, ma non ricordo esattamente se era figlio di italiani o nato in Italia. Era di origine calabrese: aveva modi di fare tipici degli abitanti di quella zona: se vedeva un prete toccava subito ferro, se veniva versato olio sul pavimento buttava sabbia nel fuoco, perché portava malattia, portava la mano alla bocca mordendosi le nocchie delle dita…
Quando avevo quattro anni, papà e la mamma decisero di trasferirsi a Buenos Aires.
Il bar che avevano aperto andò male, e da quel momento lavorarono come dipendenti.
Io ero piccolo, figlio unico, e mi ritrovai libero di girare per le strade della città, dal momento che i miei lavoravano tutto il giorno ed era loro impossibile starmi dietro.
Noi vivevamo in piccolissimo appartamento vicino al teatro Colon, dividevamo la stessa camera: a quell’epoca era normale, addirittura vicino a noi abitava una famiglia di Uruguaiani che aveva cinque figli, e dormivano tutti insieme.
Ricordo ancora i miei primi lavoretti: consegnavo i giornali vicino al teatro Colon, andavo a recuperare i tubi delle vecchie case abbattute per rivenderli: noi ragazzini del quartiere lo facevamo per andare a comprarci le sigarette e giocare a carte.
Quando consegnavo i giornali, passavo per Avenida Corriente e camminavo accanto ai grandi del tango senza rendermene conto, a quell’età pensavo al calcio!
Le orchestre di tango, negli anni tra il 42 e il 43, nel pomeriggio suonavano nei bar mentre la sera andavano nei Salon di ballo. Calo’ suonava nel “Cafè Marzotto” e Firpo nel “Tango Bar”, in un quartetto con Scarpino, che suonava il bandoneon e Caldarella (autore di ‘Canaro in Paris’ )al violino, tutti e due nati in Calabria.
La sera suonavano nei Club di calcio, che avevano un Salone Sociale dove si ballava.
Pugliese suonava all’Atlanta, D’Arienzo al River Plate, Di Sarli al Social Urquiza e Ricardo Tanturi al Racing Club.
Le stesse orchestre giravano i vari club e suonavano in posti anche diversi.
Mi ricordo che consegnavo il giornale a Beniamino Gigli, il famoso tenore italiano e Di Sarli, che portava sempre gli occhiali neri, ma non avevo idea di chi fosse.
Quando avevo circa 12 anni, all’epoca di Peron, distrussero le vecchie case della zona per formare un viale, l’Avenida 9 de Julio, che univa Constitucion (la stazione ferroviaria in direzione della Pampa) e la stazione Retiro, verso Nord, creando il nuovo quartiere Saavedra.
All’incirca all’epoca iniziò ad essere di moda il Rock and Roll, ed il tango improvvisamente fu abbandonato.
Nei locali del centro non lo si ballava più, ma rimase un ballo vivo nei quartieri popolari della periferia.
Io ero ancora piccolo, e ricordo che la sera dopo le 22.00 ascoltavo sempre Radio Colonia, che programmava i grandi successi di Carlos Gardel. Le sue canzoni evocavano alla mia immaginazione le scene e storie come film , come le storie dei film di Rodolfo Valentino. Ma per me questo francese originario (il suo vero cognome era Gardes) era megliodi Valentino, più elegante, con il suo stile porteno .
Quando avevo 15 anni iniziai a ballare il tango con i miei amici: ci trovavamo e provavamo i passi.
Solo verso i 18 anni iniziai ad andare al Salon a ballare.
L’orchestra più famosa a quell’epoca era quella di un figlio di napoletani, Carlos Gaetano Di Sarli, tanto che quando suonava lui noi ci tiravamo in giacca e camicia, mentre con gli altri andavamo vestiti come ci veniva.
Di Sarli all’epoca piaceva di più rispetto a tutti gli altri, perché piacevano di più i finali delle sue canzoni con i 5 violini, mentre per esempio Pugliese si pensava che avesse finali eccentrici.
Ricordo che Di Sarli però aveva un carattere difficile e forte, viveva solo senza famiglia, e passava tutta la mattina a pregare in una piccola cappella che si era costruito in casa.
Pugliese, invece, aveva un carattere più tranquillo anche se era conosciuto per essere un convinto comunista.
Noi andavamo ai Salon per incontrare le ragazze, che arrivavano accompagnate. Il solo momento per stare un po’ con loro era il momento del ballo.
Io in quel periodo lavoravo dove e come potevo.
Una sera si ammalò il musicalisador di un locale nel quartiere Vento norte , e chiamarono me a sostituirlo. Ricordo che eravamo nel 1958, e si usavano ancora i 78 giri.

Ebbi subito successo: la prima sera arrivarono 50 persone, poi 80, poi 100. E rimasi lì a fare quel lavoro.
Piaceva il mio modo di ringraziare le coppie “parehas di bailarines” alla fine delle tande.
Durante l’estate fui chiamato a Saavedra a mettere musica all’aperto, con 40 gradi sotto le stelle.
Poi mi chiamarono al Pinocho e quindi al Sunderland, nei primi anni 80. Fu bellissimo veder crescere il numero dei ballerini fino a 400 nel locale, con un pubblico di ambasciatori, delegati stranieri e gente di tutto il mondo.
Pian piano iniziarono a chiamarmi come musicalisador in Europa, grazie a gente che mi sentiva mettere musica alla Confiteria Ideal, dove lavoravo in quel periodo.
Feci 5 giorni al Festival in Spagna, poi mi chiamò Beppe Scozzari al Festival di Torino. Iniziai a lavorare sempre di più qui, fino a trasferirmi definitivamente in Italia.
Qui mi trovo molto bene. Ci sono più attenzione ed educazione nel comportamento rispetto all’America Latina.
Ma mi manca anche Buenos Aires: i quartieri vicino al porto con il loro dialetto simile al napoletano, le barzellette sconce che solo lì hanno quel sapore.
Mi piace ancora oggi lavorare con le emozioni della gente, ma come tutti , finito il lavoro ho altre cose in mente: il calcio, le donne, il vino. Mentre metto musica ho rispetto delle persone che ascoltano e ballano, ma dopo mi scateno nelle mie altre passioni.

Concludo la chiacchierata con un brano di poesia di Celedonio Flores che Felix ama recitare e traduce per noi.

Tango che me insiste mal,
tango che mi fa male
y sin embargo quiero
ma che mi piace lo stesso
porqué sos el companero y el alma de mi arrabal
perché sono il collega e l’anima del quartiere
no se que incanto fatal
non so che incanto fatale
tiene tu noda sentita
ha le tue note che ascolto
que la mistonga guarida del corazon
che la tana orrida del cuore
se me ensancha
mi fa allargare dentro
como pidiendo le cancha
come gettando al pavimento
al dolor de mi vida
il dolore della mia vita

Per leggere altre interviste che Felix ha concesso nel tempo cliccate qui e qui

A Cena con “Punto y Branca”

Siamo andati fino a Milano, in via Parenzo 7, alla Comuna Baires, per intervistarlo e con lui abbiamo trascorso una piacevole serata; prima a cena, scambiando due chiacchiere, poi in milonga: lui dietro la consolle, noi in pista a ballare le sue bellissime tandas.  Stiamo parlando di Jorge Vacca, in arte “Punto y Branca” !

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.….SE LLAMA TANGO Y NADA MAS…..

Dici “Il fumetto è nazional popolare”; dicono “il tango è un ballo popolare”. Quanto c’è del fumetto in un tango e quanto del tango in un fumetto? 
Credo che ogni forma di cultura popolare si contamini l’una con l’altra. Il linguaggio in cui si esprimono sono diverse, ma tutte riflettono quello che circola nell’aria; Iil messaggio diventa popolare quando è semplice ed efficace. Nel caso specifico del fumetto e del tango si può dire che sono cresciuti insieme. Tutte e due sono nati alla fine del secolo IXX, hanno fatto due strade paralelle incrociandosi ogni tanto, ritrovandosi, contaminandosi, per poi continuare ognuno per la sua strada con tanto rispetto uno dell’altro. Un tango ti racconta una storia in tre minuti, e un buon fumetto ti racconta una storia in tre pagine… Pensa che l’Argentina è conosciuta per il tango, i suoi fumettisti e la quantità di psicoanalisti: fa pensare, vero?

 Il nome che hai scelto come dj, Punto y Branca mi incuriosisce: Branca mi fa pensare a un omaggio al fumettista Daniel Branca; ma Punto? C’è di mezzo il lunfardo? 😉
Ha ha ha. Vedi qui c’è un ottimo esempio di contaminazione POP!! La storia un pò lunga…Inizialmente Punto y Branca eravammo in due (Giovanni Peritore ed io) allora poiché uno era assiduo bevitore di Punt eMes e l’altro di Fernet Branca e a quel tempo era appena uscito il primo disco della Fernandez Fierro (Conservado en origen) in cui uno dei brani ha il titolo Punto y Branca, ci è caduto cosi, dal cielo. Anche perchè per noi due la Fierro in quel momento ci ha illuminato, come John belushi in blues brothers. Inoltre ci siamo riconosciuti molto nella intensità del brano: “es un tangazo!”. Ma il brano che è di Julian Peralta ex direttore della orchestra allo stesso tempo è un omaggio a Pugliese, che all’epoca aveva fatto il tango Punto y Banca ( un gioco di carte). Essendo anche il fernet la musa della Fierro, pensa che l’orchestra prima si chiamava Fernandez Branca, con loro ci siamo subito trovati. Hai visto che non era semplice…..; ) Tempo dopo la Fierro in visita a milano viene a trovarci a “La Cueva”, così abbiamo chiesto “ufficialmente” a Julian il permesso per l’uso del nome al che ci ha risposto “che era un’onore”. Ti raccomando di ascoltare il brano è stupendo, ogni volta che posso lo metto in milonga.

La scelta di pubblicare autori come Miguel Angel Martin, quanto è dettata dal tuo desiderio di percuotere i cervelli, sempre più addormentati? Pensi che la cultura del tango possa aiutare altrettanto, seppur per altre vie?
La scelta di pubblicare Martin è stata dettata più che altro dalla sua bravura, sia come disegnatore che come narratore. Un altissimo senso estetico, e anche etico, che non è poco. Però, come dice lui stesso, in uno dei suoi fumetti “L’intelligenza fa sempre paura”. Penso che ogni tipo di cultura possa scuotere i cervelli addormentati, se uno vive nel suo bastione di pregiudizi, è ovvio che sempre avrà paura di quello che non conosce. Il tango, come ogni cosa nella vita, può servire per aprirti ad altri, a altri mondi, ma anche può servire per chiudersi e chiudersi sempre di più fino a credersi l’unico portatore sano della tradizione da salvaguardare. Alle volte in milonga vedo tanta mancanza di rispetto, e anche se non è il mio compito, dal microfono gli tengo che ricordare ” che il tango è la musica dell’incontro e non dello scontro”.

Ho visto che pubblichi l’argentino Oesterheld. Cosa pensi degli altri fumettisti argentini, magari famosi nel mondo tipo Quino, Alcatena, Mordillo, Altuna, Gimenez, Trigo, Breccia, … solo per nominarne alcuni e magari ancora in vita…. Quale stimi maggiormente? Chi ti piacerebbe pubblicare?
Ha ha ha, tutti quelli che ha nominato sono amici di vecchia data. Ero collaboratore della mitica rivista Fierro agli inizi degli 80. Con il vecchio Breccia avevo un rapporto molto speciale, per me è stato quasi un padre. Quello che el viejo sapeva di tango era impressionante, ne ho conosciuti pochi cosi. Ma era uno che lo viveva, tutti i suoi fumetti sono impregnati di tango. Uno che a quasi ottanta anni continuava a sperimentare. Frank Miller (autore e co-regista di Sin City e 300) ha detto che il fumetto si divide in prima e dopo Breccia. Poi chi mi ha portato – in un certo senso – in Italia è stato Hugo Pratt, l’autore di Corto Maltese. Stimo tutti, è come chiedermi quale tango mi piace…. Pubblicare mi sarebbe piaciuto tanti, ma ho avuto l’onore e me lo porto come come un fiore al occhielo con orgoglio di aver pubblicato “Che” la storia di Che Guevara fatta di Alberto e Enrique Breccia e Hector Oesterheld (Il più grande sceneggiatore argentino e…..tra quelli pochi bravi al mondo e oggi uno dei 30.000 desaparecidos). Alberto Breccia mi l’ha regalato per la pubblicazione. Ma la storia di quel libro è unica. Arrivati i militari al potere in Argentina, l’editore riceve delle minacce; altrettanto Alberto e Enrique; Oesterheld scompare. Breccia prende tutte le copie in suo posesso e gli originali e li brucia. Tranne una copia che soterra nel suo giardino. Otto anni dopo andati via i militari decide di disoterrarla e la fa pubblicare da un editore spagnolo. E dopo per l’edizione italiana sceglie me. Allora puoi capire cosa ha significato per me?

Mi incuriosisce molto il destino degli uomini. Uno può fare chilometri, attraversare l’oceano, ma ritrovare sempre le stesse situazioni, forse perchè la vita ha un messaggio per lui. Mi ha colpito molto la tua storia. Lasci una certa situazione in Argentina, arrivi in Italia e ti ritrovi a fronteggiare temi come la libertà di parola e stampa, il sequestro probatorio, processi, istigazione qui, istigazione la …. Coincidenze?
 No. Un vecchio amico diceva “l’idiozia è universale” ha ha ha Senza dubbio per me è stata una sorpresa, pensa che parliamo di fumetti !!!! Non mi sarei mai immaginato una situazione così kafkiana per il solo fatto di pubblicare fumetti, per lo più, vietato ai minori di 18 anni! Una settimana prima del sequestro erano stati in mostra, e con tutti gli onori, a Castel Sant’Elmo a Napoli con tanto di Comune, Regione, ecc. Assurdo, vero? Ma d’altra parte tutto questo aveva creato un gran trambusto e parte della cultura italiana si è mossa, proprio per la libertà di stampa e di pensiero. Da Oliverio Toscani, i 99 Posse che addiritura hanno fatto dei concerti per il finanziamento degli avvocati, a Enrico Ghezzi, Giuliano Ferrara (?!), Milo Manara, solo per citarne alcuni, perchè sono stati in tatissimi. Mi ha colpito il giorno in cui ho aperto il “Manifesto” e ho trovato una pagina intera a tutto titolo: Chiedo scusa alla Topolin Edizioni a nome dell’Italia intelligente”, un’appello firmato da Aldo Busi. Per fortuna tutto sie è risolto nei tribunali, perchè il reato non sussisteva. In tutto sono passati 6 anni e quello purtroppo ha comportato la chiusura della casa editrice. E’ stata una vera esperienza! 6) Hai scelto Milano che sicuramente è una grande città, ma la metropoli è altra cosa… Come risponde questa città alle tue “provocazioni” culturali? Quanto si fa sentire la mancanza di Baires? Ma in realtà non è mai stata mia intenzione provocare, non ho la vocazionedel martire, figuriamoci ! “Non sono cattivo, è che mi disegnano così” ; ) Cmq a Milano avevamo aperto La Cueva (No-Art Gallery) dove è stata fatta ogni sorta di sperimentazione artistica e culturale: plastica, musicale, tetrale, ecc ecc e Milano ha risposto benissimo, creandolo subito come luogo di culto. Pensa che il primo “maestro” di tango che ha avuto La Cueva è stato Josè Muñoz (famosissimo maestro di fumetti conosciuto in tutto il mondo). Lui che insegnava a fare i primi passi di tango ai punk! Chi era presente in quel momento non poteva credere a i suoi occhi!! La Cueva è stato un punto di riferimento culturale importante non solo per Milano. Buenos Aires mi manca sempre, in ogni cosa che ho fatto ho cercato di portarla sempre con me.

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In un tuo post sul tuo blog scrivi che c’è il rischio che si stia burocratizzando il tango, cosa vuoi dire ?
 Sarebbe un discorso troppo lungo e con qualche implicazione politiche. Dico solo, per esempio, che non si può fare una serata da musicalizadòr e pretendere di dargli una etichetta come se fosse scatola di carne da comprare al supermercato. Basta cercare in Wikipedia, oppure in un semplice dizionario il termine burocrazia, e li si potrà capire meglio quello che voglio dire. Bisogna lasciare esprimere a chi ha la competenza secondo il modo di sentire in quel momento:in definitiva “se llama tango, y nada mas”.

Cosa ti piace di più del lavoro di musicalizadòr ?
Tutto, per me è un vero lavoro: è il mio lavoro. L’atmosfera che si respira prima, durante e dopo una serata in milonga. Sto facendo una collezione di foto di tutte le console delle milonghe presso cui musicalizo. E’ un lavoro solitario: magari c’è una ragazza che ti guarda per tutta la sera…..e poi quando scopre che non sai ballare, sparisce !!! Poi è un lavoro di profonda concentrazione e incessante comunicazione.

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Mettere musica può dare le stesse emozioni che ballarla, o da emozioni diverse ? Che tipo di emozione si prova a far ballare gli altri ?
In questo lavoro c’è poco spazio per le emozioni pero sono presente en cuerpo y alma. Sono sempre molto concentrato e alla fine ho un vero calo di tensione: devi decidere in pochi secondi cosa mettere, visto che mai ho preparato una playlist, è tutto deciso al momento. Poi quando la pista è piena cerco di farla svuotare un po’ perché altrimenti il rischio e che ci sia casino e basta: è come avere a che fare con un puledro che devi domare quando va al galoppo e devi incitare quando è al trotto, una continua modulazione della presenza della gente in pista, è questo il metro che uso costantemente nella scelta dei pezzi. Durante una serata non mi lascio trasportare emotivamente, e un continio feedback con la pista, alle volte decidono loro, altre decido io. E un rapporto complesso che non garantisce la riuscita della serata, alle volte capita una pista senza “onda” e lì potrai mettere i brani più belli, ballabili, ecc ma questa continua lì impassibile. Se vedo una coppia che abbandona la pista nel momento in cui questa dovrebbe essere piena, allora mi preoccupo. La maggior parte delle volte Capita che mi concentro su una donna o singola coppia e la seguo tutta la serata. La serata va dedicata interamente a lei o loro. Sai quante donne sono inconsapevoli della riuscita di una serata indimenticabile? Quando poi vado in una milonga e vedo che riesco a far ballare la gente che sa ballare con una ronda composta questo di da grande soddisfazione. E’ il mio unico lavoro, è un vero mestiere che svolgo ormai da sette anni e non è facile perché oggi ti chiamano e domani non si sa, è un lavoro molto precario e per questo cerco di farlo al meglio. Tornando alle emozioni, quelle le devo mettere un po’ da parte perché devo concentrarmi a far bene il mio lavoro però spesso mi capita di mettermi a cantare sui tanghi .

Per i giovani che si avvicinano a questo mestiere: qual è il percorso per diventare bravi musicalizadòr ?
Ascoltare, ascoltare e poi ancora ascoltare. Ma non meccanicamente 500 brani uno dietro l’altro, un tango devi farlo tuo, devi interiorizzarlo. Capire le sue sfumature, i suoi testi, la crudeltà di ogni singola nota, deve farte del male…e poi dire: Tango, que me hiciste mal, y sin embargo te quiero! ha ha ha 

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Cosa pensi delle cosiddette Tande miste ?
Va al criterio di ognuno, alla sensibilità artistica del musicalizadòr. Se tre o quattro pezzi vanno bene assieme perché no ? L’importante è che siano artisti tra di loro affini.

Cosa pensi delle cosiddette “marcette” ?
Che saranno pure marcette ma sono bellissime.

Credi nella onda ?
Credo assolutamente nella energia che è cerniera delle anime di una milonga. E’ questo che mi piace di questo lavoro, l’energia che si sprigiona dalla pista quando la gente balla.

Non ti chiediamo qual è il tango che ti piace di più perché sarebbe fin troppo banale e poi è praticamente impossibile eleggerne solo uno a “più bello”, comunque c’è qualcuno che hai particolarmente a cuore ?
E’ vero quello che hai detto, tantissimi tanghi sono belli ed è difficile sceglierne uno comunque uno che mi è molto simpatico è Amablemente perché dovete capire che i tanghi non sono solo musica, ma sono anche testi, un tango è schietto, ti dice quello che è, come stanno le cose e non usa mezzi termini. Il tango a cui faccio riferimento si chiama “amablemente” e parla di un marito che torna a casa dalla moglie e la trova a letto con un altro uomo. Allora dice all’uomo di andarsene e con molta calma dice alla moglie di preparargli qualcosa, dopo le da un bacio sulla fronte e la ammazza con 34 pugnalate. Per me è molto ironico e divertente!

Amablemente
Milonga
Música
: Edmundo Rivero
Letra: Iván Diez

La encontró en el bulín y en otros brazos…
Sin embargo, canchero y sin cabrearse,
le dijo al gavilán: “Puede rajarse;
el hombre no es culpable en estos casos.”
Y al encontarse solo con la mina,
pidió las zapatillas y ya listo,
le dijo cual si nada hubiera visto:
“Cebame un par de mates, Catalina.”
La mina, jaboneada, le hizo caso
y el varón, saboreándose un buen faso,
la siguió chamuyando de pavadas…
Y luego, besuqueándole la frente,
con gran tranquilidad, amablemente,
le fajó treinta y cuatro puñaladas. 

Come hai iniziato?
Casualmente. Come dice Goyeneche…”non sei tu a scegliere il tango ma è il tango che sceglie te”. I miei genitori erano ballerini di tango e quand’ero piccolo ascoltavo 24 ore su 24 tanghi e ogni sera di nascosto andavo ad ascoltare per la radio i Beatles. Ho cominciato a musicalizare qui a Milano alla Cueva, sui Navigli, mettendo tanghi per i punk in una cantina. Abbiamo coinvolto molta gente e tra questi alcuni che sentivano i tanghi che mettevamo hanno cominciato a chiamarci per delle serate.

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“Jorgito”

 

C’è un musicalizadòr che stimi in particolar modo ?
Felix Picherna!! Un grande. Non conosco molti musicalizadòr perché non ballo e non ho tempo di andare in milonga, mi è capitato qualche volta di andare in qualche milonga e ascoltavo proprio per capire cosa non dovevo fare.

Sei uno dei primi che dedica una intera serata al tango elettronico (2 volte al mese il lunedì alla Comuna Beires): pensi che questo genere abbia un futuro ? Secondo te è un “genere” ?
Non lo so, sono un poco pessimista perché le cose che stanno producendo non mi piacciono, non sono belle. E’ musica elettronica con il bandoneòn. Tra tutti i gruppi più importanti solo gli Otros Aires mi danno fiducia, credo che loro possano veramente creare un nuovo genere. Se devo essere sincero ho più fiducia nelle orchestre giovani che non nell’elettrotango.

Niky: c’è una domanda che vorresti farci ?
Jorge: perché hai deciso di intervistarmi ?

Niky: perché sono gay !!! 😀 Scherzoooo !!! Tranquillo…  😆

Abbiamo deciso di intervistarti perché sei diventato un personaggio, perché ci sei simpatico e perché sei una persona appassionata di tango come noi.