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Record,  92600 visite luglio 2013

Record, 92600 visite luglio 2013

 

Un tango una storia: Angelica

Per essere precisi non dovremmo parlare di tango ma di vals, e per essere più precisi ancora dovremmo parlare di Zamba. Infatti il brano di cui parliamo oggi è una bellissima Zamba di  Roberto Cambaré che si intitola Angelica. Nel video qui sotto le splendide immagini della Patagonia sono accompagnate dalla versione suonata e cantata del mitico gruppo folkloristico dei Los Chalchaleros.

Benchè sia molto semplice come melodia e parole, quando fu pubbliata negli anni sessanta, ebbe subito un immenso successo. Piaceva a tutto il Sudamerica, non solo agli argentini. Forse le variazioni delle note, con una linea melodica non proprio folklorica furono una causa del successo. O forse il canto ad Angelica, personaggio convenzionale della letteratura. Comunque vendette un numero considerevole di dischi, realizzati da diversi interpreti. Tutti i gruppi folkloristici, e non, la avevano nel loro repertorio.

Fu anche registrata con l’arrangiamento a cumbia e immancabilmente a bolero e la proposero persino come tema di un fotoromanzo!!! QUI qualche accordo per chi la vuole suonare con la chitarra! 🙂

Ma veniamo al nostro vals. Per cavalcare l’onda del successo, anche Alfredo De Angelis ne registrò una versione a vals appunto, cantata da Carlos Godoy. L’orchestra di De Angelis era abituata a operazioni “commerciali” come questa. E infatti veniva spesso contestata proprio per questo.
Comunque sia a me come vals piace e ogni tanto nella tanda di De Angelis lo metto (QUI la versione che uso), pur sapendo che farei un dispetto a qualche argentino in sala! 😉

Ricordo che parlando con un caro amico t.j. mi diceva “Io lo uso e qui piace, ma a BsAs mica lo ballano!”. E ci credo! Gli ho spiegato che sarebbe come se a noi romagnoli volessero far ballare “Romagna mia” a salsa!!! 😆

Ovviamente solo la punta di un iceberg…dedicata a Linda che ama particolarmente questo brano! 😉
Un caro saluto
Chiara

Un tango una storia: Silencio

La Prima Guerra Mondiale, sconvolse l’Europa, questo è risaputo, ma gli effetti della guerra toccarono anche l’Argentina, seppur neutrale nel conflitto. In realtà, la grande percentuale di immigranti europei presenti a Buenos Aires, e non solo, fece sentire il peso della guerra anche oltre oceano.

Non sono molti i tanghi che hanno raccontato questo tragico evento. Tra i più famosi, H.A. Benedetti ne ricorda due: La Novena di Bonano e Bigeschi e Silencio di Gardel, Le Pera, con il contributo di Horacio Pettorossi.
Ed è di quest’ulimo tango che parliamo. Racconta la storia del presidente francese Paul Doumer assassinato da un anarchico russo nel 1932. Aveva perso tutti e cinque i suoi figli nella guerra.

 Eran cinco hermanos ella era una santa
eran cinco besos de cada manana…
Un clarin se oye peligra la patria
y al grito de guerra los hombres se matan
cubriendo de sangre los campos de Francia…
Y la viejecita de canas muy blancas
se quedo muy sola con cinco medallas
que por cinco heroes la premio la patria…

Ovviamente fu registrato da Gardel, in ben tre occasioni, tutte con una caratteristica: un coro femminile a far da controcanto. Nelle versioni con chitarre di Vivas, Riverol, Barbieri e Pettorossi erano due figlie dello stesso Barbieri a cantare. Nella versione con Canaro invece erano ben cinque le ragazze.

Gardel lo cantò anche nel film Melodia de Arabal, filmato in Francia, accompagnato in quella occasione dall’orchestra di Juan Cruz Mateo, in cui suonava anche Pettorossi (QUI nel video sulla sinistra).
Canaro lo registrò anche con Erensto Famà, tanto per non farsi mancare nulla! E lo registrarono molte orchestre, tra cui anche quella di Pugliese.
Belle queste versioni cantate, anche perchè le voci rendono bene il dolore della perdita. Ma io adoro la versione di Hugo Diaz, dove il lamento è affidato alla sua splendida armonica (QUI).

Un caro saluto
Chiara

Tutti al mare, tutti al mare

Tempo di sole, tempo di mare. E allora in spiaggia con il grandi del Tango!!!
Precisamente un tranquillo pomeriggio di sole con il Sexteto Tango…vi piacerebbe?

Per chi non dovesse conoscere questo prodigioso sexteto, posso dire che più o meno alla fine degli anni sessanta, l’orchestra di Osvaldo Pugliese, incontrò qualche problema per via della salute del suo direttore e pianista. Così alcuni dei musicisti della formazione, i più “anziani” del gruppo, decisero di formare una orchestra tutta loro, raccogliendo l’idea dello stesso Pugliese, di ridurre un pò la formazione, creando un sexteto di Decariana maniera: nacque così il Sexteto Tango. Durante i primi tempi, per qualche mesetto, tennero i piedi su due staffe, per poi separarsi “consensualmente”, in forma definitiva, da Pugliese.
Come pianista si propose Julian Plaza che sapeva suonare sia il piano sia il bandoneon. Come violini passarono Oscar Herrero e Emilio Balcarce; come contrabbasso passò Alcide Rossi; come bandoneon passarono Osvaldo Ruggiero e Victor Lavallén; il cantante all’inizio fu Jorge Maciel. La nuova formazione debuttò nell’ottobre del 1968 nel mitico locale “Caño 14“.

Numerose le tournè, i concerti nei più importanti e famosi teatri del mondo, dal Colon di BsAs al Giappone… Uno stile inconfondibile grazie agli arrangiamenti originali: basti pensare ai nomi che abbiam fatto, fra cui Ruggiero, Plaza, Lavallén e Balcarce, tutti grandi arrangiatori e compositori!!!!

 

En la playa con el Sexteto (clicca sulla foto per ingrandire)

Nella foto che vi propongo, scattata in Uruguay a Punta del Este nel 1970, molti dei componenti del Sexteto Tango, in compagnia di amici e altri artisti (e che artisti!) sono a godersi un bel bagno di sole!
Accucciato a sinistra Nestor Marconi (allora il bandoneonista del Sexteto di Francini); i cinque per terra da sinistra sono Victor Lavallen del Sexteto Tango; Enrique Mario Francini violinista e direttore dell’omonimo sexteto; Oscar Benavidez, allora ballerino al Caño14 e mascotte del Sexteto (tutti avevano una figlia da fargli sposare! :-); Emilio Balcarce, violinista del Sexteto; Cesar, il cassiere del locale…non a caso in vacanza insieme a quelli del Sexteto!!! 😉
Un pò in disparte, ma sempre seduto un pensoso Atilio Stampone. In piedi da sinistra, Julian Plaza, Alcide Rossi e Jorge Maciel del Sexteto, e il cantante di Francini, Antonio Maida.
A scattare la foto? Oscar Herrero del Sexteto,… ma per questo dobbiamo fidarci di ciò che dice Oscar!!!

Allora prendiamo una bella macchina del tempo e andiamo a fare le ferie in spiaggia con questi signori…in fondo, son passati solo 38 anni!!! 😀
Per i più pigri, c’è sempre la possibilità di ascoltare i loro capolavori comodamente seduti nel proprio giardino, restando nel 2008! Ve ne propongo due… scelti per ovvie ragioni: Danzarin di Plaza e La Bordona di Balcarce! 😉

Un caro saluto
Chiara

Tutta colpa del futbol!

Tempo di Europei…tempo di gioie e dolori. Un pò tutti, anche chi come me non segue tanto il pallone, in epoca di Europei o, ancor di più di mondiali, segue la nazionale. Poi sinceramente che vinca o perda una parita poco m’importa…l’importante è che non tenga a casa i miei ballerini preferiti!!! 😉

Per qualcuno invece l’esito di una partita è un dramma! Pare proprio che l’esito di una finale di mondiale, abbia condizionato persino il titolo di un tango!

Parliamo del tango La uruguayita Lucia  (QUI Tanturi con E. Campos) di E. G. Pereyra. E’ la storia d’amore di una bella ragazza di campagna che fra tanti spasimanti sceglie un giovane gaucho. La loro storia è un vero idillio e pare che nulla e nessuno possa rovinarla. Però ci si mette di mezzo la patria. Il ragazzo viene chiamato in guerra, per partecipare alla liberazione del suo paese dal dominio del Brasile, sotto il comando del generale Lavalleja (nominato anche nel tango). Ovviamente il giovane non farà più ritorno dalla sua bella! Finale sfigato più che scontato! 😉

 Juan Manuel Blanes - El Juramento de los Treinta y Tres Orientales.jpg

Juan Manuel Blanes – El Juramento de los Treinta y Tres Orientales

La storia di questo tango, in quanto a titoli è piuttosto travagliata. Pereyra compose un tango strumentale con il titolo Gloria all’epoca in cui si guadagnava da vivere suonando il piano in un cinema, come accompagnamento per i film senza sonoro. Lo riprese Firpo nel 1919 per registrarlo in un suo disco, cambiandogli il titolo in Mano de oro (dedicato al personale dell’ospedale di Córdoba… che lo avessero curato? Boh!).
Molto più avanti, Lopez Barreto lo ritirò fuori dal dimenticatoio, scrivendone anche il testo e cambiandogli nuovamente il titolo in Cuna de los bravos Trenta y Tres. Con questo titolo e le parole, l’autore voleva rendere infatti omaggio a “Los trenta y tres“, gli eroi uruguayani che nel 1925, capitanati dal generale Juan Antonio Lavalleja, riscattarono una parte del territorio urugayo al dominio del Brasile. Il tango venne infatti sottotitolato “Poema romántico de la época de la independencia uruguaya” e registrato dal sexteto di Cayetano Puglisi, però ancora in versione strumentale.

Arrivato alle orecchie di Gardel lo incluse nel suo repertorio. Nel 1933 decise di registrarlo per diffonderlo in Argentina, suggerendo però agli editori di cambiarne il titolo ancora una volta.
Infatti nel 1930 a Montevideo si era giocato il primo campionato mondiale di calcio e l’Uruguay aveva battuto l’Argentina proprio in finale per 4 a 2!!! Gardel per l’occasione era sceso negli spogliatoi dei vincitori e per festeggiarli aveva cantato loro, proprio il tango “Cuna de los bravos 33“, ovviamente con l’aria afflitta del perdente, ma comunque inneggiando gli eroici undici! 🙂 !

Questa è una foto truccata che un bontempone ha fotomontato,
tenendo conto delle parole di Armando Lofiego che nel libro
Carlos Gardel, su Arte, su Tiempo y la Historia” dicono:
Hay una foto donde Gardel aparece junto a los jugadores uruguayos Scarone, Mascheroni,
Ballesteros, Dorado, Capuchini, Fígoli, Suppici, el guitarrista Barbieri y otros,
rodeando y observando la copa ganada”

Gardel da bravo comunicatore non voleva ricordare questo risultato e l’episodio agli argentini, cantando quel tango, e così il titolo divenne quello definitivo: La urugayta Lucia, spostando l’attenzione sulla storia d’amore (QUI un assaggiono)!

I campioni mondiali del 1930

Ok! Come sempre di tutto un pò. Però le versioni che ci mancano da ascoltare sono tante… fatevi sotto!!! La caccia è aperta!!! 😀

Un caro saluto
Chiara

Un tango una storia: La morocha

La storia di questo tango, ce la racconta lo stesso compositore, Enrique Saborido in una dichiarazione al settimanale “Caras y Caretas“.
Saborido racconta che nel 1905 frequentava un locale, il Caffè Reconquista, soprannominato dagli avventori “Lo de Ronchetti“, dal nome del proprietario, un italiano di origine genovese. A frequentare il caffè, erano per lo più gli abitanti del posto e qualche tangueros. Ma più che per la musica o altro, era frequentato per le squisite trenette al pesto che il Ronchetti preparava. L’arredamento era molto scarno e di poca qualità; le luci tenute basse erano oscurate dal fumo delle sigarette…

Quadro di Ricardo Albisini

Saborido frequentava il caffè in qualità di ballerino (era il maestro di una scuola di tango); le esibizioni come musicista, le riservava per l’aristocrazia di BsAs. Proprio in una di queste feste, conosce una ballerina di Montevideo: Lola Candales. La sera della vigilia di Natale, la invita al Caffè Reconquista per corteggiarla. Lola è bellissima e il suo corteggiamento è serrato; palese l’innamoramento anche agli amici, che, per celia, cercano di metterlo in difficoltà. Lo prendono in giro, mettendo in dubbio le sue qualità di musicista e compositore. Una parola tira l’altra fin quando uno degli amici propone una scommessa: comporre un tango entro la fine della giornata, un tango che Lola possa cantare il giorno di Natale al caffè!
Ma sono già le quattro del mattino del giorno di Natale!!!
Enrique riaccompagna la ragazza e si chiude in casa, anche se gli amici, sotto la sua finestra continuano a sghignazzare e a fare battuttine per distrarlo.
Alle sei e mezza il tango è pronto. E c’è anche il titolo, La Morocha, proprio in onore del bell’aspetto di Lola. Ma mancano le parole!
Allora Enrique racconta di essere uscito di casa e di essere corso a casa di un amico, uno che già aveva scritto parole e poesie per i tanghi, anche con discreto successo. Un tale Villoldo! 🙂

Angel Villoldo

Angel accetta la sfida e, ancora assonnato, chiede dei caffè e si mette a scrivere il testo. Fra aggiustamenti e prove, il tango è pronto per le dieci e mezzo.
Enrique corre dall’altra parte della città dove vive Lola, ma non la trova! Fra paure, sospetti, gelosie, racconta di aver vissuto quei momenti con un’ansia indescrivibile.
Poi lei arriva: era andata a fare un giretto in bici perchè aveva caldo! Subito Enrique le offre in dono il suo tango e le chiede di cantarlo la sera al Caffè.
Lei ascolta la musica, prova le parole. Le piace: lo canterà (QUI la versione di Canaro con la Falcon)!

Yo soy la morocha, la más agraciada,
la más renombrada de esta población.
Soy la que al paisano muy de madrugada brinda un cimarrón.

Yo, con dulce acento, junto a mi ranchito,
canto un estilito con tierna pasión,
mientras que mi dueño sale al trotecito en su redomón.

Soy la morocha argentina, la que no siente pesares
y alegre pasa la vida con sus cantares.
Soy la gentil compañera del noble gaucho porteño,
la que conserva el cariño para su dueño.

Yo soy la morocha de mirar ardiente,
la que en su alma siente el fuego de amor.
Soy la que al criollito más noble y valiente ama con ardor.

En mi amado rancho, bajo la enramada,
en noche plateada, con dulce emoción,
le canto al pampero, a mi patria amada y a mi fiel amor.

Soy la morocha argentina, la que no siente pesares
y alegre pasa la vida con sus cantares.
Soy la gentil compañera del noble gaucho porteño,
la que conserva el cariño para su dueño.

La sera al Caffè Reconquista sono le undici. Gli amici sono già in prima fila e Lola entra accompagnata da Enrique con Villoldo. Ronchetti ha procurato un pianoforte e preparato delle super trenette…è pur sempre Natale! Finita la cena il genovese chiede a Lola di cantare: la accompagna Enrique.
Ottima performance: il vino, l’allegria, la bellezza della ragazza e la sua voce, ubriacano tutti i presenti. Saborito racconta che Lola cantò il tango ben otto volte!!! La scommessa era vinta!

Così un tango nato per gioco, diventa un grande successo: dopo appena due mesi, l’editore Luis Rivarola immette La Morocha sul mercato. La prima edizione, versione strumentale vende quasi 300 mila copie. Un incasso incredibile, però a Saborido non arriva nulla perchè il suo rappresentante, quello che tiene i rapporti con la casa editrice, scappa con i soldi! Il compositore avrà modo di rifarsi con le successive edizioni: infatti molte furono le cantanti che registrarono questo tango o che lo scelsero per il loro repertorio (fra le prime Flora Hortensia Rodriguez con il marito Gobbi in varie registrazioni… qualcuno sa nulla? …. 😉 )
Per dovere di cronaca si racconta anche che La Morocha fu il primo tango a sbarcare in Europa, ma le teorie sono contrastanti, perciò aspettiamo che i savi si chiariscano le idee! 🙂

La storia d’amore fra Saborido e Lola comunque finì presto, e Enrique cercò per tutta la vita di ricreare il successo di quel suo brano, anche dedicandone un altro a un’altra donna. Felicia, era la moglie dell’amico che ne scrisse le parole. Questo tango però piace di più a noi oggi, di quanto non piacesse all’epoca.
Molti cercarono di imitare il successo della Morocha, trattando lo stesso tema: lo stesso Saborido cercò di replicare il successo scrivendo “La hija de la Morocha” (fa tanto Hollywood sta cosa! Qualcuno ha da farci ascoltare il sequel?).

Ma tutto invano. L’unica iniziativa in tal senso, che ebbe un discreto successo, fu la parodia di questo tango, Los Mamertos: una banda di tonterelli di provincia, contrapposti alla bellezza e alla sagacia della morocha! L’autore è sconosciuto; c’è persino che sostiene che fosse lo stesso Villoldo a ridersela sotto i baffoni! Secondo H.A. Benedetti la parodia è stata registrata … Mario! Di’ qualcosa!!!! 
😀
😉
😀

Un caro saluto
Chiara

Intervista ai Flores del Alma

Ho incontrato i Flores del Alma durante un concerto che, devo dire, mi ha emozionato molto.

La conversazione è partita da una domanda mia, e poi è proseguita in un botta e risposta continuo ed ininterrotto tra Franco Finocchiaro, spettacolare contrabassista e già figura portante dei Tangoseis, diventato membro dell’Academia Nacional del Tango di Buenos Aires nell’aprile del 2007 , e Giorgio Marega, pianista che segnalo in particolar modo per il carattere collaborativo e positivo nel corso degli eventi. Era presente anche Piercarlo Sacco, l’eccezionale violinista, ed è intervenuto leggermente meno ascoltando affascinato, come me, il duetto.

Dicono di loro, tra le altre cose (per vedere un panorama completo delle parole scritte su di loro da personaggi molto interessanti del tango potete consultare il loro sito qui): quello che emerge è esattamente il fiore della loro anima, che non emana profumi ma suoni. A partire dallo strumento solista suonato da Piercarlo Sacco, che trae dal suo violino un suono caldo come il suo temperamento e purissimo come il candore di un giglio; passando per Giorgio Marega, pianista e bandoneonista, sicuro nel compas, nelle armonie e nel coordinamento delle parti musicali con una schiettezza di sentimenti dalla spontanea naturalità di un fiore di campo; finendo con Franco Finocchiaro noto leader dei Tangoseis, che suona il contrabbasso come se danzasse, esprimendo una passione viscerale che sa diventare spina quando il suo strumento si trasforma in percussione o petalo di rosa se è suonato dolcemente con l’arco.

Qui trovate alcune loro interpretazioni… e se curiosate bene nel loro sito trovate un loro foto in compagnia della vostra papera preferita!

Quanto è importante l’arrangiamento per un’orchestra (di tango)?

Franco: E’ veramente essenziale, la conditio sine qua non per far funzionare un’orchestra. E proprio perché è così importante l’orchestra deve cercare di scrivere arrangiamenti che identifichino uno stile, il suo stile.

Giorgio: il tango non è una musica improvvisata, quindi è essenziale fare riferimento ad un canovaccio che è lo scheletro della struttura musicale, cui poi i musicisti danno la vita.

Franco: l’arrangiamento non basta. Il valore aggiunto che dà il musicista è la pratica di tango, l’averlo suonato e saperne riprodurre atmosfere e sonorità.
Mi riferisco al saper dare alla musica la “mugre”, la visceralità

Giorgio: è forse possibile suonare improvvisando se c’è grande professionalità e con una formazione molto ridotta, a due forse, bandoneon e chitarra, ovviamente se parti da una struttura che c’è già.

Franco: quasi nessuno improvvisa nel tango. Le variazioni che si sentono all’interno dei brani sono state inserite volontariamente dall’arrangiatore che le ha scritte, anche se la loro funzione è paragonabile a quella dell’assolo di un jazzista che improvvisa. Difficilmente un autore inserisce nella partitura originaria una variazione come ad esempio fa Pugliese in Recuerdo.

Giorgio: ogni arrangiamento fa poi riferimento ad un’epoca del tango

Franco: secondo me nell’evoluzione del tango, certe rigidità si sono progressivamente sgretolate. Inizialmente il tango era solo suonato con una trasmissione orale. Quando finalmente è stato scritto nella sua evoluzione ha continuamente introdotto nuovi elementi, in una libertà espressiva che è andata ad influire sul modo di interpretare le melodie.

Giorgio: Forse è possibile riassumere la storia del tango in riferimento all’arrangiamento. Ogni periodo ha il suo stile

Franco: non è proprio così. Dal 1890 al 1924 forse questo concetto ha una sua validità. Ma da De Caro in avanti c’è stata una divaricazione tra evoluzionisti e tradizionalisti, con tante possibilità stilistiche diverse che convivevano contemporaneamente

Giorgio: si, c’era una libertà che si inseriva in stilemi

Franco: Nel 1944 si potevano forse rintracciare 20 stili diversi che avevano codificato le proprie sfumature. Ovviamente alla base di tutto c’erano gli stessi elementi: sincope, 3-3-2. marcado, il trattamento della melodia, in un mix di possibilità che dà una enorme libertà stilistica.

Piercarlo: noi poi collaboriamo nel cercare il nostro stile. Per capirci, abbiamo scelto degli arrangiamenti ma poi ognuno porta qualcosa di suo al lavoro del gruppo… Essendo un gruppo caratterizzato da un piano, un contrabbasso ed un violino, io cerco di creare il tessuto di due violini per aumentare l’ampiezza del suono: lo riesco ad ottenere con l’uso insistente delle ottave , una caratteristica che si incontra nell’utilizzo del bandoneon.

Franco: ci si chiede come mai in Italia si suoni solo Piazzolla, ed a volte con scarsi risultati. La risposta è che di Piazzolla ci sono gli arrangiamenti, ma poi spesso i musicisti non hanno il linguaggio del tango. E’ fondamentale miscelare la conoscenza strumentale a quella del linguaggio musicale del tango. E’ con il tempo ed il lavorare insieme che si riesce ad essere visitati dal suo duende: magari passi mesi e mesi a provare, suonare, senza che accada nulla di significativo e quando meno te lo spetti fai una conquista che poi interiorizzi facendola tua da quel momento in avanti. La ricerca ed il confronto sono fondamentali per cercare di realizzare progressi stilistici, ma non riesci a prevedere il momento in cui scattano nella musica che fai …con naturalezza.
Per trovare uno stile devi approfondire i dettagli, le sfumature, quelle cose non scritte nell’arrangiamento che lo arricchiscono, tentando poi di trovare un incontro con i ballerini. A noi piace lavorare sui cambi di fraseggio, di dinamica, di metro ritmico: ad esempio in Quejas de bandoneon abbiamo recentemente introdotto un tempo rubato, una fermata che in quel punto ci convinceva per approfondire l’espressività della frase musicale

Giorgio: il tango non è una musica a tinte pastello. Io lo vedo come una tavolozza emozionale in cui il colore prevalente è il rosso sangue. Mi viene in mente su questo tema il film di Quentin Tarantino Pulp Fiction.

Franco: si, nel tango ci sono momenti di brutalità (spesso rompo innumerevoli crini del mio archetto suonando) e momenti di dolcezza estrema… c’è una estrema polarità negli arrangiamenti..

Giorgio: oltre alla padronanza degli strumenti e dell’arrangiamento deve passare il contenuto emozionale che nel tango è molto forte.

Franco: si, la ricerca è anche di trovare un’empatia con il pubblico. A volte mi domando, mentre suono, se le persone che ascoltano sentono quanto ci stiamo emozionando noi. Per noi è una palpitazione continua e fortissima, un misto di piacere e sofferenza che si alternano in continuazione.

Giorgio: Il colore emozionale dominante è quello della rabbia

Franco: No, più che della rabbia è struggimento, non tristezza, come se si ricercasse di colmare con questa forte emozione qualcosa che nel quotidiano avverti come mancanza e non sai razionalmente come nominarla.
Penso che il tango sia terapeutico perché avvicina alla fonte delle problematiche quotidiane. E’ una forza comunicativa fortissima, sia per chi suona che per chi balla.
Ad esempio tutte le volte che suono Recuerdo, c’è un attimo in cui nell’arco di un paio di battute introduciamo un respiro, un impercettibile e volontaria esitazione prima della variazione finale. Io mi commuovo tutte le volte, perché penso al testo, che racconta di una ragazza perduta a Parigi e lì dice “Embriagada Mimí, que llegó de París, siguiendo tus pasos la gloria se fue de quello muchachos del viejo café”.
Nella vita di ognuno ci sono affetti e persone che si perdono. In queste due battute è come se io mi ricordassi di tutti quelli che in un modo o nell’altro ho perduto interpretando quelle 4 note. Una specie di evocazione penetrante e rapidissima del tempo che si è fatalmente nel nostro passato e che quindi è perduto.
Il tango è bello perché nella semplicità di poche note ha una fortissima potenza evocativa. Ad esempio mi viene in mente Evaristo Carriego.. o l’assolo per violino nel concerto per quintetto di Piazzolla. Il tango ha una metafisica, una forza evocativa fortissima

Giorgio: mi piacerebbe ascoltare queste parole con la freddezza dello psicologo. Il tango è un ballo che raggruppa persone che hanno una sensibilità ed un percorso intimo comune. E forse di tango si può anche guarire, anche se non so come.

Franco: dicono “El tango te espera”, la tua vita diventa un luogo accogliente per i sentimenti che il tango suscita.. Secondo me nel mondo di oggi ha una valenza socializzante fondamentale. Oggi non abbiamo più una vita a misura d’uomo, ed il tango ci riporta ad una dimensione umana che si è perduta

Giorgio: c’è forse un tema edipico trasfigurato…..

Franco: non so, vedo più una sorta di sublimazione, di fuga da una realtà difficile sotto il profilo della comunicazione, aspirando alla possibilità di costruire una bella relazione umana…con persone che condividono la tua stessa passione

Giorgio: mi viene in mente la locandina del film lo squalo: c’è una ragazza che nuota e sotto c’è l’animale che sta per addentarla… E’ come se ci fosse una corrente interiore che ti porta a ballare il tango piuttosto che a fare altre cose. E vedo anche una componente sessuale….

Franco: ma sublimata in un’erotismo che col passare del tempo, serata dopo serata, milonga dopo milonga, capisci essere un’illusione. Per me il tango ha preso la forma di un’atto d’amore metafisico che è molto più seducente della semplice speranza di incontrare la donna fatale o , nel caso femminile, con un uomo idealizzati.

De Amicis a Buenos Aires

Edmondo De Amicis, il papà del libro Cuore, fu, fra le altre cose, anche inviato del giornale “La Nazione” di Firenze. Grazie alle conoscenze in campo giornalistico, acquisite in quella occasione, nel 1884, in una sorta di gemellaggio con La Nacion di Buenos Aires, visitò le citta sul Rio de la Plata. Sia a Buenos Aires che a Montevideo tenne conferenze per raccontare degli illustri italiani, fra quelli amati oltre oceano. Nel 1889 pubblica il bellissimo Sull’Oceano, dove racconta la traversata Genova-Buenos Aires fatta in quella occasione.

Il libro racconta il viaggio degli emigranti in cerca dell’America! Le aspettative, i timori, i desideri di chi viaggiava nella classe economica, contrapposti ai pensieri di chi, come lui, viaggiava in prima o seconda classe. QUI  potete leggere il libro o qualche pagina in formato elettronico. Un bellissimo spaccato della relatà dei nostri nonni, di quelli che a Buenos Aires hanno senz’altro contribuito a creare il tango per quello che è.

L’imbarco…
Quando arrivai, verso sera, l’imbarco degli emigranti era già cominciato da un’ora, e il Galileo, congiunto alla calata da un piccolo ponte mobile, continuava a insaccar miseria: una processione interminabile di gente che usciva a gruppi dall’edifizio dirimpetto, dove un delegato della Questura esaminava i passaporti.La maggior parte, avendo passato una o due notti all’aria aperta, accucciati come cani per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne con bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora attaccata al petto la piastrina di latta dell’asilo infantile passavano, portando quasi tutti una seggiola pieghevole sotto il braccio, sacche e valigie d’ogni forma alla mano o sul capo, bracciate di materasse e di coperte, e il biglietto col numero della cuccetta stretto fra le labbra. Delle povere donne che avevano un bambino da ciascuna mano, reggevano i loro grossi fagotti coi denti; delle vecchie contadine in zoccoli, alzando la gonnella per non inciampare nelle traversine del ponte, mostravano le gambe nude e stecchite; molti erano scalzi, e portavan le scarpe appese al collo. Di tratto in tratto passavano tra quella miseria signori vestiti di spolverine eleganti, preti, signore con grandi cappelli piumati, che tenevano in mano o un cagnolino, o una cappelliera, o un fascio di romanzi francesi illustrati, dell’antica edizione Lévy….

La partenza…
…Nella città brillavano già dei lumi. Il piroscafo scivolava pian piano nella mezza oscurità del porto, quasi furtivamente, come se portasse via un carico di carne umana rubata. Io mi spinsi fino a prua, nel più fitto della gente, ch’era tutta rivolta verso terra, a guardar l’anfiteatro di Genova, che s’andava rapidamente illuminando. Pochi parlavano, a bassa voce. Vedevo qua e là, tra il buio, delle donne sedute, coi bambini stretti al petto, con la testa abbandonata fra le mani. Vicino al castello di prua una voce rauca e solitaria gridò in tuono di sarcasmo: – Viva l’Italia! – e alzando gli occhi, vidi un vecchio lungo che mostrava il pugno alla patria. Quando fummo fuori del porto, era notte.
Rattristato da quello spettacolo, tornai a poppa, e discesi nel dormitorio di prima classe, a cercare il mio camerino….

L’arrivo….
“…Quando misi piede a terra, mi voltai a guardare ancora una volta il Galileo, e il cuore mi batté nel dirgli addio, come se fosse un lembo natante del mio paese che m’avesse portato fin là. Esso non era più che un tratto nero sull’orizzonte del fiume smisurato, ma si vedeva ancora la bandiera, che sventolava sotto il primo raggio del sole d’America, come un ultimo saluto dell’Italia che raccomandasse alla nuova madre i suoi figliuoli raminghi.”

Da leggere sotto all’ombrellone…tempo permettendo!!!
Un caro saluto
Chiara

Un tango una storia: Elegante papirusa

Tito Roccatagliata non è fra i compositori e violinisti più ricordati nella storia del tango. Ma scuoriosando per capire le origini del tango “Elegante papirusa“, mi sono imbattuta in questo personaggio, il suo autore, e ho scoperto che invece è da tenere in considerazione.

Tito Roccatagliata -

Tito Roccatagliata – Foto collezione Pichon

Nato nel 1891, all’età di 18 anni, entrò a far parte di uno dei primi trii di tango, quelli di Roberto Firpo. Tutti conosciamo questa tappa fondamentale della storia del tango: l’introduzione, in modo stabile, del pianoforte in una formazione di tango. Un trio.
Ecco! L’idea geniale venne a Firpo, il pianista, è vero, però a far parte del trio c’era anche il violino di Roccatagliata e il clarinetto di Bazan. E’ anche vero che non era la prima formazione di Firpo… ma pur sempre altri tempi! 🙂 Dicono che fosse un eccellente violinista. Rinomato per il suo pizzicato e per l’abilità con cui suonava sulla quarta corda; riusciva a creare preziosi fraseggi con le note basse, imitando la definizione di un bandoneon. Però ci sono poche registrazioni e per lo più di scarsa qualità per poterlo apprezzare. Questa è una; il pizzicato sembra quello di un mandolino!

 

Torniamo alla storia del tango e del perchè di questo strano titolo.
Tito conobbe il bandoneonista Eduardo Arolas e ne divenne molto amico: li legava la passione per l’alcol, per la droga, per le belle donne, per le scommesse e per il tango. Insieme, nel tempo libero, frequentavano i locali notturni di BsAs, i famosi Cabaret, i Night Club dove era facile trovare la dolce compagnia di qualche bella ragazza. La maggior parte di queste ragazze era straniera: francesi e polacche.
Se le francesine hanno lasciato il loro segno nei tanghi, per via degli amori sofferti, anche le polacche hanno lasciato il loro segno, grazie a questo tango e al loro vizio del fumo.
Infatti “Papierosów“, in polacco, vuol dire sigaretta ed era il modo che queste ragazze avevano mantenuto per chiedere di fumare. Furono le prime in quegli anni a fumare in pubblico, anche se il pubblico era quello dei frequentatori di Cabaret e chiedere una “papierosów” era il modo di attaccar bottone con gli avventori, per offrire un pò di compagnia. E dalla pronuncia incerta di questa parola, è nato nel Lunfardo il termine “papirusa“, proprio per indicare quel tipo di donna un pò chanteuse, “la sciantosa”.

 

Suonarono questo tango numerose orchestre. A partire da quella di Fresedo (QUI) dove suonava lo stesso Roccatagliata, per passare da quella di Donato (alcuni componenti della sua formazione erano stati in quella di Fresedo…QUI) , fino alla più famosa interpretazione di Calò con il piano di Osmar Maderna (QUI). Poi molti altri: Francini (QUI), di Racciatti (QUI), D’Arienzo (QUI anni 70), Pugliese (QUI anni 80).

Un caro saluto
Chiara

Ronda de Ases

Radio El Mundo fu la radio che incluse nella sua programmazione la leggendaria Ronda de Ases, udizione grazie alla quale le orchestre tipiche ed i loro cantanti raggiunsero l’apogeo nell’ambito dell’etere.
Si trasmetteva dalla sala del Teatro Casino e ivi sfilarono nomi quali Tanturi-Castillo, D’Agostino-Vargas, Di Sarli-Rufino, D’Arienzo-Mauré, Fresedo-Serpa e Troilo-Fiorentino, tutte coppie in gamba che adunavano i tangheri trasformati in veri e propri supporters fanatici dell’orchestra di proprio godimento e con la quale si identificavano pienamente. Il nome del programma era stato formulato dall’indimenticabile Jaime Font Saravia, aiutato da Juan José Piñeiro, con libretti disegnati da Barreiros Bazán. Con minor forza d’attrazione, ma con grande qualità interpretativa, intervennero al programma anche le orchestre di Alberto Soifer ed Edgardo Donato

Nella prima tappa della “Ronda de Ases”, Troilo presentó il primo arrangiamento che per lui fece Astor Piazzolla, la milonga “Azabache”, di Enrique Francini ed Homero Expósito. In questo certamen “Pichuco” si impose al primo posto.

“Ronda de Ases” continuó irradiandosi per molto tempo, adottando altri nomi alternativi, come “Esquinas de mi ciudad” e “Casino”, mantenendo sempre l’alta qualità dei suoi protagonisti.

In questo periodo, Buenos Aires traspirava tango da tutti i pori e altre formazioni quali –Miguel Caló, Domingo Federico, Alfredo De Angelis, Osvaldo Pugliese– riempivano con la loro musica le onde di una radiofonia che aveva guadagnato un posto di privilegio nei casolari argentini.

Testimonianza di Alberto Podestà

La Ronda de Ases si teneva nel teatro Casino, in via Maipù di fronte al Marabù dove c’è una piazza di sosta e dove successivamente fu fatta la sala tridimensionale. In questo teatro, si teneva la Ronda de Ases, che trasmetteva Radio el Mundo e che patrocinava l’olio “Cocinero”. Erano quattro orchestre. SI esibiva per esempio una notte Fresedo, Troilo, Di Sarli e Tanturi. E durava un’ora. In mezzo a questi primi pezzi che stiamo commentando ora, suonava l’Orchestra di Alberto Soifer, con Roberto Quiroga. La prima mezz’ora suonava quattro tanghi ogni orchestra. Uno Fresedo, uno Di Sarli, un altro Troilo un altro Tanturi. Poi suonava Alberto Soifer che faceva un tango al tempo del vals o un vals al tempo del tango. Poi veniva il momento dei tanghi cantati. Ogni orchestra presentava il suo cantante. Io cantai “Al compàs del Corazon e vinsi. Dall’applauso del pubblico alla domanda: “che tango e orchestra vi è piaciuta di più ?”, questa vinceva.
Questo programma si teneva due volte alla settimana, con differenti orchestre. Elevò molto il livello del tango a quei tempi.

Ancora oggi, tra i musicalizadòr, è invalso l’uso di denominare “Ronda de Ases” la successione di 3 o 4 tanghi di orchestre diverse, nell’ambito di una stessa tanda, che rappresentano “la Ronda degli Assi, dei migliori”….

 

 

come dire “I Fantastici 4 !!!” 😀

Un tango una storia: Julian

Negli anni venti, la famiglia dei fratelli Donato, si dedicava al tango e al jazz. Il padre, di origine italiana, Ernesto Donato, suonava il mandolino (el zapallito) e il violoncello, con la sua orchestra di musica da camera a Montevideo. Dei nove figli (le famiglie italiane erano famose per essere numerose), ben tre si dedicarono alla musica: Ascanio, violoncellista e compositore; Osvaldo, pianista, direttore e compositore; terzo, ma primo per età e fama, Edgardo Felipe Valerio, violinista, direttore e compositore.

Foto by Tomira 

Edgardo lo conosciamo tutti come il papà di un bellissimo tango, A media Luz, suonato in mille versioni, cantato da cento cantanti e nato, secondo la leggenda, sul tranvia che Edgrado usava per muoversi in città!
Ma oggi parliamo di un altro tango, il primo tango, quello che gli fece scoprire la sua vena creativa di compositore: Julian.
Nel 1922 liberò il suo talento compositivo e, con le parole di Panizza, dedicò questo tango al direttore uruguayo Julian Gonzalez che aveva preso sotto la sua ala il fratello Osvaldo.
Edgrado, non ancora conosciuto, si mise alla ricerca di un editore, offrendo il suo tango a 20 pesos! “20 pesos! 20 pesos! Quien da mas?” Non ricevendo offerte, abassava il prezzo: 18, 15 … Alla fine decise di editarlo da solo perchè nessuno era disposto a scommettere un centesimo sul suo lavoro. Nel Maipo, in quel periodo, era in scena una rivista teatrale “Quien dijo miedo?” e il tango di Donato venne cantato dall’attrice Iris Marga. Non ebbe un gran successo.
Due anni dopo, la svolta; la Victor fece registrare il brano a Rosita Quiroga, “la Piaf del arrabal porteño“, “la rosa senza spine“: il suo canyengue, la sua esse strascicata, il suo languido accento, portarono Julian al definitivo successo. Tanto è vero che nello stesso anno venne registrato anche da Fresedo con la voce di Blanca Mooney (QUI). A me piacciono molto anche le versioni più moderne del Nuevo Quinteto Real e dei SilencioTango.

Ovviamente il tango è una storia d’amore finita male: lei era innamorata e lui l’ha abbandonata per un’altra. Lui ballava divinamente il tango (forse per questo si era innamorata di lui? 🙂 ) ma un giorno se ne andò; lei  passa il suo tempo a piangerlo, a ricordare i suoi baci, i sorrisi, le carezze, le ore passate con lui nel cuartito, sperando che lui ritorni…

Era un tigre para el tango
y se llamaba Julián…
Pero un día, entusiasmado
por una loca ilusión,
dejó el nido abandonado
y destrozó mi corazón.

Non è che per caso qualcuno di voi ha la versione cantata da Rosita da farci ascoltare? 😀

Un caro saluto
Chiara

Omaggio al Tano de Pescara

Il 28 maggio del 1902 nasceva a Pescara Luis Cesar Amadori. Dopo pochi anni emigrò con la famiglia in Argentina,  vivendo e studiando da medico a Cordoba. Si trasferì poi nella capitale per dedicarsi al suo lavoro preferito, scrivere e dirigere film.

E’ conosciutissimo nel mondo ispanico soprattutto per i tanti film, scritti e diretti. Nel periodo peronista, fu costretto a esiliare in Spagna, fino al 70, ma anche li girò due bellissimi film e di gran successo con la cantante Sara Montiel: “La violetera” e “El último tango” (di questo film abbiamo parlato QUI).
Ma non solo cinema: molto teatro, musical, lungometraggi, collaborazioni con riviste…insomma un artista a tutto tondo.

Ha scritto molti testi di tango, in collaborazione anche con grandi nomi o da solo: era molto amico di Discepolo e con lui ha scritto a quattro mani diversi brani: “Confesión“, “Alma de bandonéon“, “Desencanto” e il vals “Tu sombra“.
Ed era tanto grande il loro legame che anche Tania (l’amata di Discepolo) cantò il tango Desencanto nel film “El pobre Pérez“, proprio diretto dallo stesso Amadori.
Era molto bravo anche a scegliere i compositori per musicare i suoi testi: Francisco Canaro, Luis Rubistein, Charlo…. Ed ebbe anche l’onore che grandi del calibro di Gardel, amassero e registrassero i suoi tanghi: famosissimi Madreselva e Rencor!

In Italia, nella sua città natale, a Pescara c’è una associazione che ha preso il suo nome, e ovviamente si occupa di tango. C’è nessuno di quelle parti che ci racconti qualcosa? 🙂
Intanto ho trovato questa intervista fatta allo stesso Amadori da Andrés Muñoz nel lontano 1940: molto bella perchè l’artista si racconta, racconta la sua storia, le sue passioni, i suoi progetti, e ci da uno spaccato della vita culturale porteña di quegli anni!

Per rendergli omaggio nel giorno del suo compleanno vi lascio con le sue parole, ovviamente parole d’amore, un amore sincero e disperato! 

Si supieras que estoy solo
entre tanta y tanta gente,
si supieras que estoy triste
mientras ríen locamente;
tengo todo y me parece
que sin vos no tengo nada…

Se sapessi quanto sono solo
anche fra tanta e tanta gente;
se sapessi quanto son triste
mentre gli altri ridono scioccamente;
ho tutto, ma mi sembra, senza di te,
di non avere proprio niente…

Vendrás alguna vez – Alfredo Malerba y Luis César Amadori – 1938
QUI cantata da Hugo del Carril

Un caro saluto
Chiara

Cento candeline per il Colon!

Dopo il Ponte di Brooklin, oggi, è la volta di un altro compleanno famoso: quello del bellissimo Teatro Colon. L’attuale Teatro Colon fu inaugurato proprio il 25 maggio del 1908!

Il Teatro Colon – Foto By Robert PollacK 

Dal 21 di maggio, al 4 di giugno, il teatro festeggerà il suo centenario, mettendo in scena tanti capolavori e coinvolgendo i tecnici, gli artisti e i musicisti che stabilmente vi lavorano. QUI trovate tutto il programma.
Ovviamente la giornata culmine sarà oggi, giorno effettivo del compleanno!

Il Teatro Colon a pochi anni dall’inaugurazione 

E a festeggiare questo famoso tempio della musica e del balletto, ci sarà anche una delegazione Italo-argentina, guidata dall’assessore ai flussi migratori del Veneto, Oscar De Bona. La delegazione rappresenterà la Regione alla cerimonia organizzata in questo giorno per rendere omaggio a Francisco Saverio Pellizzari, costruttore del Teatro Colon.

Infatti Pellizzari era nato a Sospirolo (Belluno) ed era emigrato in Argentina a 28 anni; dopo aver lavorato per varie imprese ne fondò una con Italo Armellini, vincendo l`appalto per costruire il Colon.
Il gruppo, oggi pomeriggio al Colegio Nacional di Buenos Aires, presenzierà alla presentazione del libro “Francisco Pellizzari, constructor del Teatro Colon“, realizzato con il contributo della Regione del Veneto. Il libro è un mix di lingue e racconti: parte in italiano, parte in spagnolo; in parte racconta la vita del costruttore e in parte documenta la costruzione del grandioso teatro e i suoi retroscena.
Ovviamente sarà presente anche Horacio Sanguinetti, direttore del teatro che potrà ascoltare il Coro Monti del Sole di Belluno, attualmente in tournè argentina.

Auguri!!!
Un caro saluto
Chiara

 

El Puente de Nueva York

Il 24 maggio del 1883, 125 anni fa, inaugurarono uno dei più bei ponti del mondo, il famosissimo Ponte di Brooklyn. Domani a New York ci saranno festeggiamenti, fuochi d’artificio, un concerto della Brooklyn Philarmonic e grandi parate sul ponte (magari per qualcuno ci scappa pure un tango!).

Fu progettato nel 1867 da John Augustus Roebling, che però morì due anni dopo l’inizio dei lavori. Prese il posto il figlio Washington, anche lui rimasto paralizzato in seguito a una embolia gassosa (problema che uccise molti operai che si occupavano delle fondamenta marine). I lavori furono terminati sotto la direzione della moglie/mamma Emily Warren Roebling. Inizialemente vi passavano le carrozze, i pedoni e una teleferica; oggi è attraversato ogni giorno da circa 125 mila auto!!!

 

Ora chiedo il vostro aiuto: Carlos Gardel girò molti film a New York: “El dia que me quieras“, “Questa Abajo“, “Tango bar” e tanti altri… Avete mai visto una scena girata con lo sfondo del “Puente de Nueva York“? Magari proprio mentre canta “el dia que me quieras”…
Mi piacerebbe davvero! E’ pur vero che la maggior parte delle scene saranno state girate negli studios, ma qualche esterno ci sarà pur stato? La caccia è aperta!!! 😀

Intanto vi lascio ascoltare la voce di Michael Bolton che, accompagnato dal pianista argentino Raul Di Blasio canta proprio “El dia que me quieras” (QUI un pò in spagnolo e un pò in inglese….)

Un caro saluto
Chiara

Corto Maltese ed il tango

Anche Corto Maltese, famosissimo personaggio creato da Hugo Pratt, ballava il tango. Raccontiamo un pò la sua storia
CORTO MALTESE è nato a Malta il 10 luglio 1887, e risiede ad Antigua, capitale delle Antille: suo padre era un marinaio della Cornovaglia e sua madre una celebre gitana di Siviglia soprannominata “la niña de Gibraltar”. Eredita dal padre la nazionalità britannica, un sentire celtico popolato di nebbie, di incanti e di pirati. Da sua madre trae il suo gusto per la magia e la lettura del passato e del futuro. E’ un coraggioso avventuriero, marinaio solitario che si batte per le cause perse in partenza e si innamora sempre di donne irraggiungibili.


In Argentina Corto va per la prima volta nel 1904, nel periodo in cui è imbarcato sul Vanità Dorata che fa scalo a Buenos Aires, e lì viene iniziato al tango. Nel 1908 Corto Maltese si trova a Boca, sobborgo di Buenos Aires presso il fiume Riachuelo fra immigrati italiani, marinai, ladri e ballerini di tango e vi incontra nuovamente l’amico Jack London. In questo paese infatti, arrivano tutti i più noti ballerini di tango con i quali Corto Maltese farà amicizia. in questa storia conoscerà nientemeno che il miliardario Onassis. Alcune tavole sono dei veri e propri capolavori, per costruzione e narrazione delle scene.


Infine arriva in Argentina nel 1923 e vi vive un’avventura incredibile: vi giunge per cercare la sua amica Louise Brookzowyc, che lavora per l’organizzaizone di prostituzione Warsavia. Corto scopre che il capo della polizia Estevez è responsabile dell’organizzazione e lo coglie sul fatto. Ritrova in questa storia due amici: Fosforito e Butch Cassidy, che aveva conosciuto 15 anni prima durante la sua ultima visita al paese.
Il personaggio di Louise Brookzowyc è un omaggio ad una grande attrice del cinema muto, Louise Brooks.
E Buenos Aires appare in tutta la sua brulicante bellezza, con un realismo che supera la stessa vita vissuta. Un’esperienza che fa dimenticare al lettore il resto del mondo.
Anche in un ambiente cittadino come Buenos Aires, le immagini sono piene di esotismo, come in tutte le altre storie di Corto.
Il disegno è realistico e dettagliato con forti contrasti fra zone scure e chiare. Il colore è assente, ma le inquadrature hanno una forza straordinaria, nella loro grande varietà.

Nel magnifico intreccio che l’arte sapiente di Hugo Pratt disegna per 104 pagine, i personaggi hanno uno spessore da grande romanzo. Si incontrano visi più o meno noti, ma un ritorno importante è quello di Esmeralda, donna amata da Corto Maltese. La sola presenza del marinaio di Malta in città mette in moto tutta una serie di avvenimenti, che porteranno a un finale dolce-amaro. Il protagonista riuscirà ad uscirne senza gravi conseguenze, come sempre, ma non è questo che conta. E’ importante la città, i particolari mimini, il matè, il biliardo alla goriziana, il tango, la parrilada, e altro ancora.
Potrebbe essere soltanto la squallida storia di una polacca ebrea, ma è molto di più…

Io purtroppo non ho ancora avuto la fortuna di leggere nessuna di queste storie. Da quando ho iniziato a preparare il post mi è presa una gola… C’è qualcuno che ci è riuscito, e ch ci può raccontare di più? Una fumettomane convinta vi prega…

 

Siti su Hugo Pratt se ne trovano a dismisura.. tra tutti vi consiglio…
http://www.cortomaltese.info/corto.html
http://batmouse.club.fr/index.html
http://www.ubcfumetti.com/enciclopedia/?15364

Un tango, una storia: La payanca

Curiose le origini di questo tango. Il bandoneonista Pedro Augusto Berto, racconta che una sera del 1906, in un ballo, lui con il suo gruppo, avevano dato fondo a tutto il loro repertorio, e i ballerini volevano ballare ancora. Allora con l’orchestra si mise a improvvisare: prese le note di un Gato (un ballo folkloristico simile alla Chacarera) che era nel loro repertorio e ne cambiò il tempo in due quarti, trasformandolo in un tango-milonga. Probabilemente l’esperimento riuscì bene perchè, da quella sera, cominciò a suonarlo in tutte le occasioni in cui si esibiva. Però senza un titolo, lo suonava e basta. Nel 1917, modificò ancora un pò il motivo e ne pubblicò la partitura, scrivendo sullo spartito “Tango milonga sobre motivos populares“, ma ancora niente titolo.

Il quintetto di Berto

E qui la leggenda sull’origine del titolo ha inizio. Ho trovato ben tre versioni.
La prima racconta che spesso il quintetto di Berto suonava questo brano, ma senza un titolo e una sera, un concorrente disse a Berto: “Don Augusto, perchè non lo intitola La payanca?”
La seconda afferma che lo stesso Berto ce ne ha raccontato l’origine. Pare lo avessero ispirato i giochi di alcuni ragazzetti in un terreno dietro casa. Questi bambinetti cercavano di prendere “al lazo” alcune galline con delle cordicelle (giocavano a fare i gauchos?). Un amico di Berto apostrofò uno dei ragazzetti dicendogli “Pialala de payanca!”. Berto dice che si ispirò così per il titolo…un tango che doveva allacciare i piedi dei ballerini…

Visto che son parole dello stesso autore, bisognerebbe credergli, ma i più maligni sostengono che lo stesso le abbia dette per nascondere il vero motivo del titolo: ovviamente una donna!
Pare che Payanca fosse il nome di una “dama di compagnia” frequentata dal compositore. A suffragio di questo leggiamo le prime parole anonime che vennero scritte per questa musica: “Payanca, Payanquita, no te apresures, que el polvo que te echo quiero que dure” (più o meno… Payanca, dolcezza, non aver fretta di andare in un altro letto, voglio che il “ricordo” di me ti duri un pò…)

 

Ma le parole di questo anonimo, furono presto sostituite da ben due versioni differenti: dapprima la versione di Juan Andres Caruso (QUI) e successivamente quelle di Jesús Fernández Blanco (QUI).
Nel 58, il trio de Los Muchachos de Antes (quelli di Panchito Cao) lo trasformò in un cavallo di battaglia (QUI), portandolo alle orecchie di tutti i portenos, anche di quelli che stavano cominciando a perdere la testa per il rock and roll.
E ancora oggi lo adoriamo; a me piace in tutte le versioni: il ritmato di D’arienzo (QUI), lo “strascicato” di Sassone (QUI); ma anche i più canyengue: la velocissima di Villasboas (QUI) o quello, fra i primi registrati nel 1926 dalla Tipica Victor (QUI). Indimenticabile e imperdibile la versione di Osvaldo Pugliese (QUI)! Alzi la mano che non l’ha mai ballata! 🙂

Mi resta comunque la voglia di sentire il Gato che ha dato ispirazione per questo capolavoro. A voi no? che bello sarebbe se sbucasse un appassionato e ce lo facesse ascoltare! 😉

Un caro saluto
Chiara

Genova-Buenos Aires (1948)

La prima crociera della compagnia italiana Costa Crociere partì il 31 marzo del 1948 da Genova per arrivare a Buenos Aires, passando da Rio de Janeiro. Sulla “Anna C“, però dei 768 passeggeri a bordo, non tutti erano i ricchi europei in cerca di nuove emozioni vacanziere. C’era una cospicua parte di emigranti che fuggiva da una Europa disastrata dalla guerra, in cerca di fortuna nel Sud America.

Deve essere molto interessante l’esposizione di cento e più fotografie in bianco e nero, dei cataloghi d’epoca, delle brochures, delle cartoline, dei manifesti e degli oggetti, ricercatissimi dai collezionisti, nella mostra allestita nel lounge bar della sede genovese della compagnia, in occasione dei sessant’anni di attività crocieristica. Fra i passeggeri anche un bimbo di 5 anni, il conduttore argentino Pancho Ibañez che, con la sua famiglia accompagnava il padre, neo-nominato viceconsole in Italia. Di quel viaggio racconta spesso che lo colpì molto l’aria condizionata in ogni cabina di prima classe!

Foto by Guadalpeza

Chissà come i porteñi avranno accolto i primi turisti europei sbarcati dalla nave, e chissà se a bordo, per la ricca borghesia, l’orchestra suonava anche il tango: magari un tango antesignano di quello ballato lo scorso anno dai tangueri del I festival del Tango sul Mar.

Qualcuno di voi sa di qualche orchestra di tango, magari una di quelle che andavano spesso a Parigi, che sia stata assoldata su una di queste navi da crociera? O anche di qualche Tipica che si sia esibita come ospite in qualche serata….tanto il viaggio lo dovevano fare pure loro… Mi viene in mente il film “La leggenda del pianista sull’oceano” … magari suonavano per i passeggeri della classe economica…

Per i più curiosi, comunque l’esperienza del tango sul mare sarà ripetuta a fine mese: è già pronto il II Festival del Tango sul Mar. Qualcuno ha già prenotato?

Un caro saluto

Chiara 

I quadri di Fabian Perez

Fabian Perez è nato a Buenos Aires nel 1967. Nonostante la giovane età è già un artista affermato, e i suoi lavori hanno l’intensità di una vita vissuta. Dovrei parlare dei suoi quadri, ma voglio iniziare dal magnetismo dei suoi occhi … ti incantano come quelli di uno scorpione! Ha uno sguardo attento, forse addestrato dal karate che pratica, ma quello che vedono i suoi occhi è magico! E la magia passa nei suoi quadri. Poi dovrei parlare delle sue mani…ma lascio perdere sennò pensate che mi sia innamorata! 😉

Ha girato tutto il mondo ed è stato anche diversi anni in Italia (bella la serie dedicata a Venezia). Se lo volete conoscere meglio, vi suggerisco di guardare i suoi lavori nel SITO. Una vera emozione.
Il primo quadro che vi mostro è quello dietro a lui in questa foto: ci sta ancora lavorando, ma già si intravede un abbraccio totale; forse non diventerà un quadro di tango, ma di sicuro esprime già tutta l’intensità di un tango!

 

Torvo bellissime le sue ballerine di Flamenco. Pare di vederle danzare; senti il rumore del battito delle mani; percepisci l’odore della polvere del legno che i tacchi alzano nella frenesia del ritmo.

Tablao Flamenco II

Ogni quadro è molto vero. Bellissima la serie dedicata ai toreri: un uso del colore spettacolare. Ma anche ai malevos y a las minas de San Telmo. Un tuffo nel passato!

Molti di noi conoscono più o meno indirettamente i suoi lavori, anche perchè vengono spesso usati da associazioni, maestri, ecc. come sfondo per locandine, manifesti e altro 😉 Effettivamente sono di gran effetto!

Tango II

I suoi personaggi ti raccontano la loro storia. Vedi un uomo seduto davanti al suo drink, sta per fumare, ha una posa rilassata, immagini i suoi pensieri… ne vorresti uno in ogni milonga! 😆

Whiskey at Las Brujas

Bambine basta sognare! Si torna al lavoro! Ah per i signori maschietti, i quadri di Fabian son pieni anche di bellissime donne (ad esempio Letizia non è niente male!), ma per una volta ho dato la precedenza alle signore del blog!!!
Un caro saluto
Chiara

Paris c’est toujour Paris!

Il tango cancion, fin dai suoi esordi, ha visto trattare più o meno gli stessi temi: le donne, l’amore, la mamma, l’emigrante, il barrio, il mondo campero, l’uomo tradito, ecc… Fra questi temi, sin dai primi anni, non è mai mancata la grande Parigi, con il suo fascino e il suo mistero! E spesso guardando uno scorcio di Montmartre mi sembra di vedere BsAs!

Un farol de Montmartre – Foto by Muffin

Parigi è stata sempre un importante punto di riferimento per il tango (perchè lo era per gli argentini in genere): vi si sono trasferiti i primi maestri, le prime orchestre. Ma lo scambio non è stato mai a senso unico. Anche Parigi ha regalato molto al tango porteño…anche se c’è chi sostiene che non sia stato un gran regalo!

Possiamo pensare che il primo tango in cui si sia sentito l’odore di Parigi, sia stato Griseta, di Delfino e José González Castillo. Nel 1924, la storia della francesita, che vuol vivere come le eroine della letteratura francese, entra nelle case di ogni porteno…(ne abbiamo parlato anche QUI).
Ma l’amore e l’interesse dei porteni per la capitale francese, si ritrova in molti altri tanghi.

Madame Ivonne di Cadicamo e Pereyra è un’altra francesina che affoga i dispiaceri nei vizi, per dimenticare l’uomo e il tango che l’hanno portata in Argentina.
Però se da una parte troviamo un parigino, uomo o donna che sia, che ha lasciato la Francia per seguire l’amore (quasi sempre finito male), dall’altra troviamo un argentino che ricorda, rimpiange, maledice, l’amore e le gioie incontrate a Parigi.
Ad esempio Anclao en Paris di Lenzi e Collazo è il lamento di un porteño che, vivendo a Parigi, vuole rivedere la sua terra; anche il mitico Comme il faut di Eduardo Arolas e Gabriel Clausi, per di più francese sin dal titolo!
Ma sono veramente tanti i tanghi sul tema parigino e non intendo farvi tutta la lista! 🙂

Tango en Montmartre – Foto by Kilobar

Già! Parigi, la ciudad bruja, come la definisce Carlos Max Viale nel tango Aquel cuartito de la pensión; Parigi, la città dove piove sempre (questo lo dice anche il più moderno Caceres), la città desiderata, per i suoi divertimenti, le sue notti, le sue donne … ma non c’è amore che tenga, la nostalgia la fa da padrone:

No quiero ni recordar allá en París aquellas noches de frío.
Entré en un bar y una orquesta tocaba un tango argentino…
¡cómo me puse a llorar!

Queste parole di Contursi, nel tango Cómo me puse a llorar rendono davvero bene l’idea!!!

Alle volte mi piace scegliere i tanghi di una tanda in base al tema che trattano…e questo di Parigi è uno dei miei preferiti! Lo so che magari se ne accorgono in pochi…però a me piace giocare con questo pazzo tango! 😉
E voi, lo avete mai ballato un tango “parigino”, magari proprio a Parigi? 😀

Tango sulla Senna – Foto By Milliped

Un caro saluto
Chiara

Un tango una storia: La copa del olvido

Il tango di cui vi parlo oggi è uno dei tanti tanghi che sono stati scritti appositamente per un sainete porteno. Il sainete (imparentato con la zarzuela spagnola) non è altro che una scenetta che rappresenta la realtà dei sentimenti e dei drammi umani (avete presente il nostro Mario Merola a Napoli…ecco! Più o meno potete farvi una idea). Queste operette teatrali, a carattere popolare e giocoso avevano spesso gli immigranti come protagonisti e oltre a divertire, facevano riflettere sui problemi sociali derivati dal fenomeno dell’immigrazione. Ovviamente un sainete scritto a Buenos Aires non poteva non essere imbevuto di tango. (QUI maggiori info sul sainete…anche se ci sarebbe un mare da dire…ma un pò alla volta! 😉 )

E’ anche il caso dunque del sainete “Cuando un pobre se divierte” di Alberto Vacarezza. Nel 1921, per accompagnare un atto dello stesso, Vaccarezza chiede la musica a E. Delfino, famoso autore di un tango ben in auge all’epoca (Milonguita). Così Delfino compone il tango La copa del olvido, dedicandone la partitura al leggendario Pascual Carcavallo, impresario del Teatro Nacional, in cui andava in scena quel sainete.

Le mitiche parole sono ovviamente di Vaccarezza, autore di tutto el sainete. Bellissime e intense

¡Mozo! Traiga otra copa y sírvase de algo el que quiera tomar,
que ando muy solo y estoy muy triste desde que supe la cruel verdad.
¡Mozo! Traiga otra copa que anoche, juntos, los vi a los dos…
Quise vengarme, matarla quise, pero un impulso me serenó.
Salí a la calle desconcertado, sin saber cómo hasta aquí llegué
a preguntar a los hombres sabios, a preguntarles qué debo hacer…
Olvide, amigo—dirán algunos—, pero olvidarla no puede ser…
Y si la mato, vivir sin ella, vivir sin ella nunca podré.
¡Mozo! Traiga otra copa y sírvase de algo el que quiera tomar…
Quiero alegrarme con este vino a ver si el vino me hace oluidar.
¡Mozo! Traiga otra copa y sírvase de algo el que quiera tomar.

 

(Cameriere, dammi un altro bicchiere e servi lo stesso a chi vuole bere, perchè son molto solo e triste dopo aver scoperto la crudele verità. Cameriere dammi un altro bicchiere, che stanotte li ho visti insieme … volevo vendicarmi, volevo ucciderla, ma non so come, mi sono calmato. Ho fatto la strada come intontito e senza accorgermene son arrivato qui, per chiedere agli uomini più saggi cosa devo fare. “Dimentica amico”, mi diranno alcuni, però dimenticarla … non può essere. E se la uccido, vivere senza di lei non mi sarebbe possibile. Cameriere un altro bicchiere che voglio bere … voglio rallegrarmi con questo vino e vedere se il vino mi farà dimenticare. Dammi da bere e servi lo stesso a chi ne vuole)


 

Il primo a cantare il brano fu dunque l’attore Josè Ciccarelli; ma il tango entrò subito nella leggenda e lo registrò anche Gardel (QUI con le chitarre di Ricardo e Barbieri). Ovviamente nella decada de oro, venne ripreso da moltissime formazioni.
Delfino spesso si lamentava che questo tango gli portò tanta fama ma pochi soldi. Benchè tutti in casa avessero una partitura di questo tango (per farlo suonare al/alla pianista di casa), molte di queste partiture erano pirata!
Eggià! La piaga delle copie, seppur non dei dischi bensì delle partiture era già ampiamente in forza!
Racconta lo stesso Delfino: Del tango La copa del olvido, il mio editore non arrivò a vendere 5000 copie legittime. L’edizione clandestina, in cambio, piazzò due milioni di esemplari. Chiaramente anche perchè lo vendevano a un prezzo più basso, visto che non pagavano i diritti e la stampa era a bassa risoluzione e la carta di infima qualità. Eran fatte con così poca attenzione che mancava poco che non si vedessero le note o fossero sbagliate. Così ciascun esemplare costava due centesimi e guadagnavano molto vendendolo a dieci, perchè la tiratura era di migliaia di copie. Invece l’edizione legale non poteva costare meno di 40 o 50 centesimi. In qualsiasi ripostiglio si improvvisava una “casa de musica”. I falsificatori facevano fortuna (bellissimo che dice “hacian su agosto”!). La legge non li proteggeva ne li copriva, ma nemmeno li puniva. A volte sequestrava i locali, ma i falsari sapevano evitare le pene maggiori. Mi ricordo di uno di questi usurpatori che sosteneva di essere innocente “rovistate dappertutto!” diceva ai polizziotti “vedrete che qui non ci sono stampe clandestine” Ed effettivamente non c’erano…in vista! Per caso uno alzò una grata scoprendo gli stampati che erano stati nascosti la sotto….”

Sicuramente, dice Josè Gobello nel suo reportage, questi numeri non possono essere del tutto veri, ma sicuramente l’esagerazione nasconde un fondo di verità: le stamperie clandestine e il gran successo del brano! Dunque nulla di nuovo sotto al sole! 😀
Se in milonga vi metteranno la versione più usata, quella di Tanturi-Castillo (QUI), avrà per voi un nuovo sabor e ve la godrete un pò di più! Almeno per me è così! 😉

Un caro saluto
Chiara