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Record,  92600 visite luglio 2013

Record, 92600 visite luglio 2013

 

Un tango una storia: Angelica

Per essere precisi non dovremmo parlare di tango ma di vals, e per essere più precisi ancora dovremmo parlare di Zamba. Infatti il brano di cui parliamo oggi è una bellissima Zamba di  Roberto Cambaré che si intitola Angelica. Nel video qui sotto le splendide immagini della Patagonia sono accompagnate dalla versione suonata e cantata del mitico gruppo folkloristico dei Los Chalchaleros.

Benchè sia molto semplice come melodia e parole, quando fu pubbliata negli anni sessanta, ebbe subito un immenso successo. Piaceva a tutto il Sudamerica, non solo agli argentini. Forse le variazioni delle note, con una linea melodica non proprio folklorica furono una causa del successo. O forse il canto ad Angelica, personaggio convenzionale della letteratura. Comunque vendette un numero considerevole di dischi, realizzati da diversi interpreti. Tutti i gruppi folkloristici, e non, la avevano nel loro repertorio.

Fu anche registrata con l’arrangiamento a cumbia e immancabilmente a bolero e la proposero persino come tema di un fotoromanzo!!! QUI qualche accordo per chi la vuole suonare con la chitarra! 🙂

Ma veniamo al nostro vals. Per cavalcare l’onda del successo, anche Alfredo De Angelis ne registrò una versione a vals appunto, cantata da Carlos Godoy. L’orchestra di De Angelis era abituata a operazioni “commerciali” come questa. E infatti veniva spesso contestata proprio per questo.
Comunque sia a me come vals piace e ogni tanto nella tanda di De Angelis lo metto (QUI la versione che uso), pur sapendo che farei un dispetto a qualche argentino in sala! 😉

Ricordo che parlando con un caro amico t.j. mi diceva “Io lo uso e qui piace, ma a BsAs mica lo ballano!”. E ci credo! Gli ho spiegato che sarebbe come se a noi romagnoli volessero far ballare “Romagna mia” a salsa!!! 😆

Ovviamente solo la punta di un iceberg…dedicata a Linda che ama particolarmente questo brano! 😉
Un caro saluto
Chiara

Un tango una storia: Silencio

La Prima Guerra Mondiale, sconvolse l’Europa, questo è risaputo, ma gli effetti della guerra toccarono anche l’Argentina, seppur neutrale nel conflitto. In realtà, la grande percentuale di immigranti europei presenti a Buenos Aires, e non solo, fece sentire il peso della guerra anche oltre oceano.

Non sono molti i tanghi che hanno raccontato questo tragico evento. Tra i più famosi, H.A. Benedetti ne ricorda due: La Novena di Bonano e Bigeschi e Silencio di Gardel, Le Pera, con il contributo di Horacio Pettorossi.
Ed è di quest’ulimo tango che parliamo. Racconta la storia del presidente francese Paul Doumer assassinato da un anarchico russo nel 1932. Aveva perso tutti e cinque i suoi figli nella guerra.

 Eran cinco hermanos ella era una santa
eran cinco besos de cada manana…
Un clarin se oye peligra la patria
y al grito de guerra los hombres se matan
cubriendo de sangre los campos de Francia…
Y la viejecita de canas muy blancas
se quedo muy sola con cinco medallas
que por cinco heroes la premio la patria…

Ovviamente fu registrato da Gardel, in ben tre occasioni, tutte con una caratteristica: un coro femminile a far da controcanto. Nelle versioni con chitarre di Vivas, Riverol, Barbieri e Pettorossi erano due figlie dello stesso Barbieri a cantare. Nella versione con Canaro invece erano ben cinque le ragazze.

Gardel lo cantò anche nel film Melodia de Arabal, filmato in Francia, accompagnato in quella occasione dall’orchestra di Juan Cruz Mateo, in cui suonava anche Pettorossi (QUI nel video sulla sinistra).
Canaro lo registrò anche con Erensto Famà, tanto per non farsi mancare nulla! E lo registrarono molte orchestre, tra cui anche quella di Pugliese.
Belle queste versioni cantate, anche perchè le voci rendono bene il dolore della perdita. Ma io adoro la versione di Hugo Diaz, dove il lamento è affidato alla sua splendida armonica (QUI).

Un caro saluto
Chiara

Tutti al mare, tutti al mare

Tempo di sole, tempo di mare. E allora in spiaggia con il grandi del Tango!!!
Precisamente un tranquillo pomeriggio di sole con il Sexteto Tango…vi piacerebbe?

Per chi non dovesse conoscere questo prodigioso sexteto, posso dire che più o meno alla fine degli anni sessanta, l’orchestra di Osvaldo Pugliese, incontrò qualche problema per via della salute del suo direttore e pianista. Così alcuni dei musicisti della formazione, i più “anziani” del gruppo, decisero di formare una orchestra tutta loro, raccogliendo l’idea dello stesso Pugliese, di ridurre un pò la formazione, creando un sexteto di Decariana maniera: nacque così il Sexteto Tango. Durante i primi tempi, per qualche mesetto, tennero i piedi su due staffe, per poi separarsi “consensualmente”, in forma definitiva, da Pugliese.
Come pianista si propose Julian Plaza che sapeva suonare sia il piano sia il bandoneon. Come violini passarono Oscar Herrero e Emilio Balcarce; come contrabbasso passò Alcide Rossi; come bandoneon passarono Osvaldo Ruggiero e Victor Lavallén; il cantante all’inizio fu Jorge Maciel. La nuova formazione debuttò nell’ottobre del 1968 nel mitico locale “Caño 14“.

Numerose le tournè, i concerti nei più importanti e famosi teatri del mondo, dal Colon di BsAs al Giappone… Uno stile inconfondibile grazie agli arrangiamenti originali: basti pensare ai nomi che abbiam fatto, fra cui Ruggiero, Plaza, Lavallén e Balcarce, tutti grandi arrangiatori e compositori!!!!

 

En la playa con el Sexteto (clicca sulla foto per ingrandire)

Nella foto che vi propongo, scattata in Uruguay a Punta del Este nel 1970, molti dei componenti del Sexteto Tango, in compagnia di amici e altri artisti (e che artisti!) sono a godersi un bel bagno di sole!
Accucciato a sinistra Nestor Marconi (allora il bandoneonista del Sexteto di Francini); i cinque per terra da sinistra sono Victor Lavallen del Sexteto Tango; Enrique Mario Francini violinista e direttore dell’omonimo sexteto; Oscar Benavidez, allora ballerino al Caño14 e mascotte del Sexteto (tutti avevano una figlia da fargli sposare! :-); Emilio Balcarce, violinista del Sexteto; Cesar, il cassiere del locale…non a caso in vacanza insieme a quelli del Sexteto!!! 😉
Un pò in disparte, ma sempre seduto un pensoso Atilio Stampone. In piedi da sinistra, Julian Plaza, Alcide Rossi e Jorge Maciel del Sexteto, e il cantante di Francini, Antonio Maida.
A scattare la foto? Oscar Herrero del Sexteto,… ma per questo dobbiamo fidarci di ciò che dice Oscar!!!

Allora prendiamo una bella macchina del tempo e andiamo a fare le ferie in spiaggia con questi signori…in fondo, son passati solo 38 anni!!! 😀
Per i più pigri, c’è sempre la possibilità di ascoltare i loro capolavori comodamente seduti nel proprio giardino, restando nel 2008! Ve ne propongo due… scelti per ovvie ragioni: Danzarin di Plaza e La Bordona di Balcarce! 😉

Un caro saluto
Chiara

Tutta colpa del futbol!

Tempo di Europei…tempo di gioie e dolori. Un pò tutti, anche chi come me non segue tanto il pallone, in epoca di Europei o, ancor di più di mondiali, segue la nazionale. Poi sinceramente che vinca o perda una parita poco m’importa…l’importante è che non tenga a casa i miei ballerini preferiti!!! 😉

Per qualcuno invece l’esito di una partita è un dramma! Pare proprio che l’esito di una finale di mondiale, abbia condizionato persino il titolo di un tango!

Parliamo del tango La uruguayita Lucia  (QUI Tanturi con E. Campos) di E. G. Pereyra. E’ la storia d’amore di una bella ragazza di campagna che fra tanti spasimanti sceglie un giovane gaucho. La loro storia è un vero idillio e pare che nulla e nessuno possa rovinarla. Però ci si mette di mezzo la patria. Il ragazzo viene chiamato in guerra, per partecipare alla liberazione del suo paese dal dominio del Brasile, sotto il comando del generale Lavalleja (nominato anche nel tango). Ovviamente il giovane non farà più ritorno dalla sua bella! Finale sfigato più che scontato! 😉

 Juan Manuel Blanes - El Juramento de los Treinta y Tres Orientales.jpg

Juan Manuel Blanes – El Juramento de los Treinta y Tres Orientales

La storia di questo tango, in quanto a titoli è piuttosto travagliata. Pereyra compose un tango strumentale con il titolo Gloria all’epoca in cui si guadagnava da vivere suonando il piano in un cinema, come accompagnamento per i film senza sonoro. Lo riprese Firpo nel 1919 per registrarlo in un suo disco, cambiandogli il titolo in Mano de oro (dedicato al personale dell’ospedale di Córdoba… che lo avessero curato? Boh!).
Molto più avanti, Lopez Barreto lo ritirò fuori dal dimenticatoio, scrivendone anche il testo e cambiandogli nuovamente il titolo in Cuna de los bravos Trenta y Tres. Con questo titolo e le parole, l’autore voleva rendere infatti omaggio a “Los trenta y tres“, gli eroi uruguayani che nel 1925, capitanati dal generale Juan Antonio Lavalleja, riscattarono una parte del territorio urugayo al dominio del Brasile. Il tango venne infatti sottotitolato “Poema romántico de la época de la independencia uruguaya” e registrato dal sexteto di Cayetano Puglisi, però ancora in versione strumentale.

Arrivato alle orecchie di Gardel lo incluse nel suo repertorio. Nel 1933 decise di registrarlo per diffonderlo in Argentina, suggerendo però agli editori di cambiarne il titolo ancora una volta.
Infatti nel 1930 a Montevideo si era giocato il primo campionato mondiale di calcio e l’Uruguay aveva battuto l’Argentina proprio in finale per 4 a 2!!! Gardel per l’occasione era sceso negli spogliatoi dei vincitori e per festeggiarli aveva cantato loro, proprio il tango “Cuna de los bravos 33“, ovviamente con l’aria afflitta del perdente, ma comunque inneggiando gli eroici undici! 🙂 !

Questa è una foto truccata che un bontempone ha fotomontato,
tenendo conto delle parole di Armando Lofiego che nel libro
Carlos Gardel, su Arte, su Tiempo y la Historia” dicono:
Hay una foto donde Gardel aparece junto a los jugadores uruguayos Scarone, Mascheroni,
Ballesteros, Dorado, Capuchini, Fígoli, Suppici, el guitarrista Barbieri y otros,
rodeando y observando la copa ganada”

Gardel da bravo comunicatore non voleva ricordare questo risultato e l’episodio agli argentini, cantando quel tango, e così il titolo divenne quello definitivo: La urugayta Lucia, spostando l’attenzione sulla storia d’amore (QUI un assaggiono)!

I campioni mondiali del 1930

Ok! Come sempre di tutto un pò. Però le versioni che ci mancano da ascoltare sono tante… fatevi sotto!!! La caccia è aperta!!! 😀

Un caro saluto
Chiara

Un tango una storia: La morocha

La storia di questo tango, ce la racconta lo stesso compositore, Enrique Saborido in una dichiarazione al settimanale “Caras y Caretas“.
Saborido racconta che nel 1905 frequentava un locale, il Caffè Reconquista, soprannominato dagli avventori “Lo de Ronchetti“, dal nome del proprietario, un italiano di origine genovese. A frequentare il caffè, erano per lo più gli abitanti del posto e qualche tangueros. Ma più che per la musica o altro, era frequentato per le squisite trenette al pesto che il Ronchetti preparava. L’arredamento era molto scarno e di poca qualità; le luci tenute basse erano oscurate dal fumo delle sigarette…

Quadro di Ricardo Albisini

Saborido frequentava il caffè in qualità di ballerino (era il maestro di una scuola di tango); le esibizioni come musicista, le riservava per l’aristocrazia di BsAs. Proprio in una di queste feste, conosce una ballerina di Montevideo: Lola Candales. La sera della vigilia di Natale, la invita al Caffè Reconquista per corteggiarla. Lola è bellissima e il suo corteggiamento è serrato; palese l’innamoramento anche agli amici, che, per celia, cercano di metterlo in difficoltà. Lo prendono in giro, mettendo in dubbio le sue qualità di musicista e compositore. Una parola tira l’altra fin quando uno degli amici propone una scommessa: comporre un tango entro la fine della giornata, un tango che Lola possa cantare il giorno di Natale al caffè!
Ma sono già le quattro del mattino del giorno di Natale!!!
Enrique riaccompagna la ragazza e si chiude in casa, anche se gli amici, sotto la sua finestra continuano a sghignazzare e a fare battuttine per distrarlo.
Alle sei e mezza il tango è pronto. E c’è anche il titolo, La Morocha, proprio in onore del bell’aspetto di Lola. Ma mancano le parole!
Allora Enrique racconta di essere uscito di casa e di essere corso a casa di un amico, uno che già aveva scritto parole e poesie per i tanghi, anche con discreto successo. Un tale Villoldo! 🙂

Angel Villoldo

Angel accetta la sfida e, ancora assonnato, chiede dei caffè e si mette a scrivere il testo. Fra aggiustamenti e prove, il tango è pronto per le dieci e mezzo.
Enrique corre dall’altra parte della città dove vive Lola, ma non la trova! Fra paure, sospetti, gelosie, racconta di aver vissuto quei momenti con un’ansia indescrivibile.
Poi lei arriva: era andata a fare un giretto in bici perchè aveva caldo! Subito Enrique le offre in dono il suo tango e le chiede di cantarlo la sera al Caffè.
Lei ascolta la musica, prova le parole. Le piace: lo canterà (QUI la versione di Canaro con la Falcon)!

Yo soy la morocha, la más agraciada,
la más renombrada de esta población.
Soy la que al paisano muy de madrugada brinda un cimarrón.

Yo, con dulce acento, junto a mi ranchito,
canto un estilito con tierna pasión,
mientras que mi dueño sale al trotecito en su redomón.

Soy la morocha argentina, la que no siente pesares
y alegre pasa la vida con sus cantares.
Soy la gentil compañera del noble gaucho porteño,
la que conserva el cariño para su dueño.

Yo soy la morocha de mirar ardiente,
la que en su alma siente el fuego de amor.
Soy la que al criollito más noble y valiente ama con ardor.

En mi amado rancho, bajo la enramada,
en noche plateada, con dulce emoción,
le canto al pampero, a mi patria amada y a mi fiel amor.

Soy la morocha argentina, la que no siente pesares
y alegre pasa la vida con sus cantares.
Soy la gentil compañera del noble gaucho porteño,
la que conserva el cariño para su dueño.

La sera al Caffè Reconquista sono le undici. Gli amici sono già in prima fila e Lola entra accompagnata da Enrique con Villoldo. Ronchetti ha procurato un pianoforte e preparato delle super trenette…è pur sempre Natale! Finita la cena il genovese chiede a Lola di cantare: la accompagna Enrique.
Ottima performance: il vino, l’allegria, la bellezza della ragazza e la sua voce, ubriacano tutti i presenti. Saborito racconta che Lola cantò il tango ben otto volte!!! La scommessa era vinta!

Così un tango nato per gioco, diventa un grande successo: dopo appena due mesi, l’editore Luis Rivarola immette La Morocha sul mercato. La prima edizione, versione strumentale vende quasi 300 mila copie. Un incasso incredibile, però a Saborido non arriva nulla perchè il suo rappresentante, quello che tiene i rapporti con la casa editrice, scappa con i soldi! Il compositore avrà modo di rifarsi con le successive edizioni: infatti molte furono le cantanti che registrarono questo tango o che lo scelsero per il loro repertorio (fra le prime Flora Hortensia Rodriguez con il marito Gobbi in varie registrazioni… qualcuno sa nulla? …. 😉 )
Per dovere di cronaca si racconta anche che La Morocha fu il primo tango a sbarcare in Europa, ma le teorie sono contrastanti, perciò aspettiamo che i savi si chiariscano le idee! 🙂

La storia d’amore fra Saborido e Lola comunque finì presto, e Enrique cercò per tutta la vita di ricreare il successo di quel suo brano, anche dedicandone un altro a un’altra donna. Felicia, era la moglie dell’amico che ne scrisse le parole. Questo tango però piace di più a noi oggi, di quanto non piacesse all’epoca.
Molti cercarono di imitare il successo della Morocha, trattando lo stesso tema: lo stesso Saborido cercò di replicare il successo scrivendo “La hija de la Morocha” (fa tanto Hollywood sta cosa! Qualcuno ha da farci ascoltare il sequel?).

Ma tutto invano. L’unica iniziativa in tal senso, che ebbe un discreto successo, fu la parodia di questo tango, Los Mamertos: una banda di tonterelli di provincia, contrapposti alla bellezza e alla sagacia della morocha! L’autore è sconosciuto; c’è persino che sostiene che fosse lo stesso Villoldo a ridersela sotto i baffoni! Secondo H.A. Benedetti la parodia è stata registrata … Mario! Di’ qualcosa!!!! 
😀
😉
😀

Un caro saluto
Chiara

Intervista ai Flores del Alma

Ho incontrato i Flores del Alma durante un concerto che, devo dire, mi ha emozionato molto.

La conversazione è partita da una domanda mia, e poi è proseguita in un botta e risposta continuo ed ininterrotto tra Franco Finocchiaro, spettacolare contrabassista e già figura portante dei Tangoseis, diventato membro dell’Academia Nacional del Tango di Buenos Aires nell’aprile del 2007 , e Giorgio Marega, pianista che segnalo in particolar modo per il carattere collaborativo e positivo nel corso degli eventi. Era presente anche Piercarlo Sacco, l’eccezionale violinista, ed è intervenuto leggermente meno ascoltando affascinato, come me, il duetto.

Dicono di loro, tra le altre cose (per vedere un panorama completo delle parole scritte su di loro da personaggi molto interessanti del tango potete consultare il loro sito qui): quello che emerge è esattamente il fiore della loro anima, che non emana profumi ma suoni. A partire dallo strumento solista suonato da Piercarlo Sacco, che trae dal suo violino un suono caldo come il suo temperamento e purissimo come il candore di un giglio; passando per Giorgio Marega, pianista e bandoneonista, sicuro nel compas, nelle armonie e nel coordinamento delle parti musicali con una schiettezza di sentimenti dalla spontanea naturalità di un fiore di campo; finendo con Franco Finocchiaro noto leader dei Tangoseis, che suona il contrabbasso come se danzasse, esprimendo una passione viscerale che sa diventare spina quando il suo strumento si trasforma in percussione o petalo di rosa se è suonato dolcemente con l’arco.

Qui trovate alcune loro interpretazioni… e se curiosate bene nel loro sito trovate un loro foto in compagnia della vostra papera preferita!

Quanto è importante l’arrangiamento per un’orchestra (di tango)?

Franco: E’ veramente essenziale, la conditio sine qua non per far funzionare un’orchestra. E proprio perché è così importante l’orchestra deve cercare di scrivere arrangiamenti che identifichino uno stile, il suo stile.

Giorgio: il tango non è una musica improvvisata, quindi è essenziale fare riferimento ad un canovaccio che è lo scheletro della struttura musicale, cui poi i musicisti danno la vita.

Franco: l’arrangiamento non basta. Il valore aggiunto che dà il musicista è la pratica di tango, l’averlo suonato e saperne riprodurre atmosfere e sonorità.
Mi riferisco al saper dare alla musica la “mugre”, la visceralità

Giorgio: è forse possibile suonare improvvisando se c’è grande professionalità e con una formazione molto ridotta, a due forse, bandoneon e chitarra, ovviamente se parti da una struttura che c’è già.

Franco: quasi nessuno improvvisa nel tango. Le variazioni che si sentono all’interno dei brani sono state inserite volontariamente dall’arrangiatore che le ha scritte, anche se la loro funzione è paragonabile a quella dell’assolo di un jazzista che improvvisa. Difficilmente un autore inserisce nella partitura originaria una variazione come ad esempio fa Pugliese in Recuerdo.

Giorgio: ogni arrangiamento fa poi riferimento ad un’epoca del tango

Franco: secondo me nell’evoluzione del tango, certe rigidità si sono progressivamente sgretolate. Inizialmente il tango era solo suonato con una trasmissione orale. Quando finalmente è stato scritto nella sua evoluzione ha continuamente introdotto nuovi elementi, in una libertà espressiva che è andata ad influire sul modo di interpretare le melodie.

Giorgio: Forse è possibile riassumere la storia del tango in riferimento all’arrangiamento. Ogni periodo ha il suo stile

Franco: non è proprio così. Dal 1890 al 1924 forse questo concetto ha una sua validità. Ma da De Caro in avanti c’è stata una divaricazione tra evoluzionisti e tradizionalisti, con tante possibilità stilistiche diverse che convivevano contemporaneamente

Giorgio: si, c’era una libertà che si inseriva in stilemi

Franco: Nel 1944 si potevano forse rintracciare 20 stili diversi che avevano codificato le proprie sfumature. Ovviamente alla base di tutto c’erano gli stessi elementi: sincope, 3-3-2. marcado, il trattamento della melodia, in un mix di possibilità che dà una enorme libertà stilistica.

Piercarlo: noi poi collaboriamo nel cercare il nostro stile. Per capirci, abbiamo scelto degli arrangiamenti ma poi ognuno porta qualcosa di suo al lavoro del gruppo… Essendo un gruppo caratterizzato da un piano, un contrabbasso ed un violino, io cerco di creare il tessuto di due violini per aumentare l’ampiezza del suono: lo riesco ad ottenere con l’uso insistente delle ottave , una caratteristica che si incontra nell’utilizzo del bandoneon.

Franco: ci si chiede come mai in Italia si suoni solo Piazzolla, ed a volte con scarsi risultati. La risposta è che di Piazzolla ci sono gli arrangiamenti, ma poi spesso i musicisti non hanno il linguaggio del tango. E’ fondamentale miscelare la conoscenza strumentale a quella del linguaggio musicale del tango. E’ con il tempo ed il lavorare insieme che si riesce ad essere visitati dal suo duende: magari passi mesi e mesi a provare, suonare, senza che accada nulla di significativo e quando meno te lo spetti fai una conquista che poi interiorizzi facendola tua da quel momento in avanti. La ricerca ed il confronto sono fondamentali per cercare di realizzare progressi stilistici, ma non riesci a prevedere il momento in cui scattano nella musica che fai …con naturalezza.
Per trovare uno stile devi approfondire i dettagli, le sfumature, quelle cose non scritte nell’arrangiamento che lo arricchiscono, tentando poi di trovare un incontro con i ballerini. A noi piace lavorare sui cambi di fraseggio, di dinamica, di metro ritmico: ad esempio in Quejas de bandoneon abbiamo recentemente introdotto un tempo rubato, una fermata che in quel punto ci convinceva per approfondire l’espressività della frase musicale

Giorgio: il tango non è una musica a tinte pastello. Io lo vedo come una tavolozza emozionale in cui il colore prevalente è il rosso sangue. Mi viene in mente su questo tema il film di Quentin Tarantino Pulp Fiction.

Franco: si, nel tango ci sono momenti di brutalità (spesso rompo innumerevoli crini del mio archetto suonando) e momenti di dolcezza estrema… c’è una estrema polarità negli arrangiamenti..

Giorgio: oltre alla padronanza degli strumenti e dell’arrangiamento deve passare il contenuto emozionale che nel tango è molto forte.

Franco: si, la ricerca è anche di trovare un’empatia con il pubblico. A volte mi domando, mentre suono, se le persone che ascoltano sentono quanto ci stiamo emozionando noi. Per noi è una palpitazione continua e fortissima, un misto di piacere e sofferenza che si alternano in continuazione.

Giorgio: Il colore emozionale dominante è quello della rabbia

Franco: No, più che della rabbia è struggimento, non tristezza, come se si ricercasse di colmare con questa forte emozione qualcosa che nel quotidiano avverti come mancanza e non sai razionalmente come nominarla.
Penso che il tango sia terapeutico perché avvicina alla fonte delle problematiche quotidiane. E’ una forza comunicativa fortissima, sia per chi suona che per chi balla.
Ad esempio tutte le volte che suono Recuerdo, c’è un attimo in cui nell’arco di un paio di battute introduciamo un respiro, un impercettibile e volontaria esitazione prima della variazione finale. Io mi commuovo tutte le volte, perché penso al testo, che racconta di una ragazza perduta a Parigi e lì dice “Embriagada Mimí, que llegó de París, siguiendo tus pasos la gloria se fue de quello muchachos del viejo café”.
Nella vita di ognuno ci sono affetti e persone che si perdono. In queste due battute è come se io mi ricordassi di tutti quelli che in un modo o nell’altro ho perduto interpretando quelle 4 note. Una specie di evocazione penetrante e rapidissima del tempo che si è fatalmente nel nostro passato e che quindi è perduto.
Il tango è bello perché nella semplicità di poche note ha una fortissima potenza evocativa. Ad esempio mi viene in mente Evaristo Carriego.. o l’assolo per violino nel concerto per quintetto di Piazzolla. Il tango ha una metafisica, una forza evocativa fortissima

Giorgio: mi piacerebbe ascoltare queste parole con la freddezza dello psicologo. Il tango è un ballo che raggruppa persone che hanno una sensibilità ed un percorso intimo comune. E forse di tango si può anche guarire, anche se non so come.

Franco: dicono “El tango te espera”, la tua vita diventa un luogo accogliente per i sentimenti che il tango suscita.. Secondo me nel mondo di oggi ha una valenza socializzante fondamentale. Oggi non abbiamo più una vita a misura d’uomo, ed il tango ci riporta ad una dimensione umana che si è perduta

Giorgio: c’è forse un tema edipico trasfigurato…..

Franco: non so, vedo più una sorta di sublimazione, di fuga da una realtà difficile sotto il profilo della comunicazione, aspirando alla possibilità di costruire una bella relazione umana…con persone che condividono la tua stessa passione

Giorgio: mi viene in mente la locandina del film lo squalo: c’è una ragazza che nuota e sotto c’è l’animale che sta per addentarla… E’ come se ci fosse una corrente interiore che ti porta a ballare il tango piuttosto che a fare altre cose. E vedo anche una componente sessuale….

Franco: ma sublimata in un’erotismo che col passare del tempo, serata dopo serata, milonga dopo milonga, capisci essere un’illusione. Per me il tango ha preso la forma di un’atto d’amore metafisico che è molto più seducente della semplice speranza di incontrare la donna fatale o , nel caso femminile, con un uomo idealizzati.