Al pianoforte…sulla spiaggia.

Ieri mi sono regalata una intera giornata di mare. Visto che son di Rimini, si potrebbe pensare che sia normale, ma da buona riminese non è così. Il mare è sempre li, ma ti deve chiamare. E ieri mi ha chiamata: un cielo terso e azzurro dopo una serata di pioggia; la sabbia fresca, non ancora completamente asciutta, compatta, contrariamente al solito le impronte restano a lungo, un’aria frizzante….

Come di rigore, ogni volta che faccio una cosa del genere, prima c’è il salto in libreria. E la scelta del libro per queste giornate deve essere casuale. Non posso leggere un libro che ho già a casa. Mi lascio guidare dall’istinto e dall’umore della giornata.
Appena entrata in libreria, il tendone del porto, la mia attenzione è stata catturata da una raccolta delle Edizioni Einaudi in bella mostra di se. Di solito le collezioni non le guardo nemmeno, con quei libri tutti uguali, ma stavolta è stato diverso. Mi attirava proprio il loro ordine. Ho scorso i titoli e l’occhio ha scelto “Al pianoforte” di Jean Echenoz. Mai sentito. Proviamo mi son detta!

 

Il libro non parla di tango, ma di musica e amore, e potrebbe però essere la storia narrata in un tango.
La colonna sonora, in cuffia, mentre lo leggevo non poteva che essere il tango: una splendida selezione di Mosalini, in particolare un “Adios Nonino” (QUI imperdibile) ascoltato e riascoltato in un repeat senza fine, immaginando Max al pianoforte.
😉
Max Delmarc è il protagonista del romanzo e suona il pianoforte, lo stesso pianoforte del titolo. L’autore lo porta in scena così:
“…si era appena sfilato l’impermeabile e a un tratto, quando meno se lo aspettava, Bernie gli diede un’energica spinta sulla schiena proiettandolo oltre il sipario, e i flutti allora si trasformarono in tempesta ed eccolo li, il pianoforte. Eccolo li il terribile Steinway, con la sua lunga tastiera bianca pronta a sbranarti, quella mostruosa dentiera che ti stritolerà con tutto il suo avorio e il suo smalto, che ti aspetta per ridurti in brandelli…..Ci si sedette davanti, il direttore brandì la bacchetta, subito scese il silenzio ed ecco, ci siamo, non ne posso più. Questa non è vita. Ma non esageriamo. Sarei anche potuto nascere e morire a Manila, venditore di sigarette al pezzo, lustrascarpe in Bogotà…E allora forza, visto che siamo qui, primo movimento, op. 21 di Frederic Chopin!”    (pag 9).

Prosegue poi descrivendo le senzazioni provate dal protagonista in quel momento. Mi son sembrate molto simili a quelle che, bene o male, possono accompagnare il primo tango della vita:
Dalla sala, perfino dalla prima fila, nessuno immagina quanto sia difficile. Sembrerebbe che non ci voglia niente. E in effetti, per Max, le cose decollano rapidamente. Quando l’orchestra attacca la lunga introduzione si sente più tranquillo. E non appena tocca a lui, non appena entra nel movimento, tutto va meglio. La paura si attenua in capo a qualche battuta, per svanire dopo la prima stecca, una bella stecca, in un passaggio veloce, di quelle che si perdono nell’insieme e non hanno alcun peso. Dopo la stonatura Max si sente liberato. Adesso ha la situazione in pugno, passeggia, ci sguazza. I semitoni lo ispirano, le pause di semiminima sono esatte, le successioni di accordi si posano come uccelli ballerini, vorrebbe andare avanti all’infinito ma ecco, fine primo movimento. Pausa.”   (pag 10)

Proprio così; il primo tango. Ti senti gli occhi addosso, hai paura di sbagliare, di annoiare, di non ricordare più nulla. Però se il tango ti prende, dimentichi tutto e voli sulla musica con lui. Magari non proprio al primo tango, ma prima o poi succede!!! E sei preso! 😉

Max vive con la sorella e da sempre ama e insegue una donna. Una donna che non conosce, ma che osservava di nascosto ai tempi del conservatorio. Una donna troppo bella per tentare di avvicinarla. Una donna troppo bella da essere solo sognata. Una donna partita per chissà dove alla fine degli studi.
Max la sogna ancora ogni sera, nonstante siano passati tent’anni: pensa a lei ogni giorno, crede di vederla in molte occasioni, prova a inseguirla scoprendo che non è lei… Sogna di averla ai suoi piedi mentre suona il pianoforte…. Ma non ha idea di dove possa essere.

Monumento a Chopin – Parc Monceau – Paris
“Bernie seguì Max rassegnato verso il cancello sud del parco, premurandosi comunque
di evitare, per principio, il monumento a Chopin – che lo ritrae al pianoforte, in piena
azione, intento a strimpellare chissà quale mazurka mentre l’immancabile fanciulla
seduta sotto lo strumento, i capelli ricoperti da un velo e curiosamente dotata di
piedi enormi, concentratissima, si copre gli occhi con una mano in preda all’estasi
<<Cazzo ma questa musica è troppo bella>> o all’esasperazione
<<Cazzo non ne posso più di quest’uomo>>.”
   (pag. 31)

Colpo di scena: la prima parte del libro si conclude con l’uccisione di Max durante una rapina; la seconda parte è ambientata in una specie di “Centro di Orientamento specializzato” dove il protagonista aspetta di conoscere il suo futuro: tornerà sulla terra, nella sua città, per l’eternità, ma con un nuovo aspetto, sotto un’altra identità, con l’obbligo di cambiare attività e l’assoluto divieto di contattare persone conosciute da vivo, di farsi riconoscere, di riallacciare vecchi rapporti. Pena grandi sofferenze: l’inferno, un inferno dell’anima.

Il ritorno al mondo avviene a Iquitos, nel sud dell’America, dove Max viene mandato per crearsi la nuova identità. Nuovo nome: Paul; nuovo lavoro: barista in un Hotel di Parigi; nuova vita, ma vecchi i ricordi. Ancora sogna di lei… e il caso vuole che in questa “rinascita” finalmente la incontri. Proprio lei, la donna dei suoi sogni, la sempre amata. Finalmente l’ha ritrovata … cerca di contattarla, contravvenento alle regole del Centro. Così arriva il suo inferno: nemmeno in questa vita potrà averla: lei è di un altro. Potrà solo continuare a sognarla, a immaginarla, a guardarla in segreto, a desiderarla … e questa volta sarà per l’eternità ….

Dite se non è una storia da tango. Una storia d’amore struggente, solo promessa, solo sognata, solo accennata, impossibile come quella che dura i i tre minuti di un tango o per l’eternità.

JEAN ECHENOZ – AL PIANOFORTE – EINAUDI

Una lettura insolita sotto l’ombrellone 😉
Un caro saluto
Chiara

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6 responses to this post.

  1. insomma…devo leggerlo per forza!
    🙂

    Rispondi

  2. O certo!
    Ma quand’è che ti dai anche al tango?
    Possibile che ancora non ti ho fatto venire voglia?
    🙂

    Rispondi

  3. Posted by Massimo on luglio 17, 2008 at 11:12 am

    Note:
    il concerto op.21 n.2 in fondo è il primo concerto per piano e orch. di Chopin. Mentre il 1° op.11 è il secondo.
    L’op.21 è un lavoro inziato molto prima dell’op.11 ma pubblicato dopo una serie interminabile di correzioni. Tra due o tre edizioni diverse dello stesso concerto (vale per tutta l’opera chopiniana) si trovano note differenti in molti passaggi(ininfluenti armonicamente). Questo perché alcuni editori durante la rilettura, nel dubbio, chiedevano all’artista se quel “fa” fosse diesis o naturale, e lui apportava le correzioni, ma non in tutte e 3 le edizioni, perché alcune pubblicavano senza un’attenta rilettura.
    L’op.21 è un’opera giovanile che denuncia tutte le difficoltà di Chopin nello scrivere per orchestra. Sembra più che altro una sonata per pianoforte con un blando accompagnamento orchestrale (qui un esempio: http://www.omifacsimiles.com/brochures/images/chop_pc21.jpg.)

    A differenza dell’op.11, dove il pianoforte è più integrato con l’orchestra, l’op.21 è di esecuzione difficoltosissima anche e proprio per questo motivo. La scrittura è acerba, spesso “barocca”, prolissa di fioriture e abbellimenti.
    Ma resta un capolavoro di un uomo che nel panorama musicale è un’isola, come tutta la sua musica. La grande musica forse poteva fare anche a meno di Chopin, ma i pianisti decisamente no.
    Il pianoforte attuale (con doppio scappamento “suggerito” da F.Liszt) ha reso ancora più difficile l’esecuzione chopiniana, strenuo difensore del pianoforte precedente. Una meccanica decisamente meno brillante e più “lenta”, (il tasto dopo essere stato suonato aveva un ritorno in su più lento), ma che conferiva al fraseggio una cantabilità nella timbrica più vellutata e un “legato” maggiore.
    Con Liszt il pianoforte diventa a tutti gli effetti uno strumento a percussione, dove il “legato” stesso, quello possibile per i cantanti, i fiati o gli archi, è solo una chimera.
    La scrittura chopiniana pone quasi sempre la mano in posizione lata, impedendole una maggiore rincorsa del dito e quindi una una maggiore percussività (provate a mettere la vostra mano su un tavolo e tendete tutte le dita lateralmente, allargando il palmo al massimo… e provate poi ad alzare le dita verticalmente – un palmo della mano raccolto favorisce invece la maggiore rincorsa del dito verticalmente).
    La maggiore aderenza alla tastiera rende però giustizia alla sua scrittura, che non si presta al pianista prototipo del virtuosista dei nostri tempi. E’ il virtuosismo diafano, delle sonorità impalpabili, dell’epidermide, dell’inafferrabile, dell’etereo, dove il dito è solo una protuberanza dell’anima.

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  4. Grazie per le precisazioni! Molto interessanti!
    😉

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  5. accidenti, che precisazioni! Chopin è anche il più pianista dei pianisti, nel senso che la sua musica è prettamente per pianoforte. Intendo dire che sono poche le sue musiche adatte ad essere arrangiate diversamente, trasformate in jingle, cantate. Insomma, difficilmente sentiremo un’orchestrina suonare un suo valzer o notturno. Chopin è il pianoforte, e basta.

    Rispondi

  6. Vedi Pan che anche fra i tangueros c’e n’è qualcuno buono?
    😉

    Rispondi

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