Un tango, una storia: La payanca

Curiose le origini di questo tango. Il bandoneonista Pedro Augusto Berto, racconta che una sera del 1906, in un ballo, lui con il suo gruppo, avevano dato fondo a tutto il loro repertorio, e i ballerini volevano ballare ancora. Allora con l’orchestra si mise a improvvisare: prese le note di un Gato (un ballo folkloristico simile alla Chacarera) che era nel loro repertorio e ne cambiò il tempo in due quarti, trasformandolo in un tango-milonga. Probabilemente l’esperimento riuscì bene perchè, da quella sera, cominciò a suonarlo in tutte le occasioni in cui si esibiva. Però senza un titolo, lo suonava e basta. Nel 1917, modificò ancora un pò il motivo e ne pubblicò la partitura, scrivendo sullo spartito “Tango milonga sobre motivos populares“, ma ancora niente titolo.

Il quintetto di Berto

E qui la leggenda sull’origine del titolo ha inizio. Ho trovato ben tre versioni.
La prima racconta che spesso il quintetto di Berto suonava questo brano, ma senza un titolo e una sera, un concorrente disse a Berto: “Don Augusto, perchè non lo intitola La payanca?”
La seconda afferma che lo stesso Berto ce ne ha raccontato l’origine. Pare lo avessero ispirato i giochi di alcuni ragazzetti in un terreno dietro casa. Questi bambinetti cercavano di prendere “al lazo” alcune galline con delle cordicelle (giocavano a fare i gauchos?). Un amico di Berto apostrofò uno dei ragazzetti dicendogli “Pialala de payanca!”. Berto dice che si ispirò così per il titolo…un tango che doveva allacciare i piedi dei ballerini…

Visto che son parole dello stesso autore, bisognerebbe credergli, ma i più maligni sostengono che lo stesso le abbia dette per nascondere il vero motivo del titolo: ovviamente una donna!
Pare che Payanca fosse il nome di una “dama di compagnia” frequentata dal compositore. A suffragio di questo leggiamo le prime parole anonime che vennero scritte per questa musica: “Payanca, Payanquita, no te apresures, que el polvo que te echo quiero que dure” (più o meno… Payanca, dolcezza, non aver fretta di andare in un altro letto, voglio che il “ricordo” di me ti duri un pò…)

 

Ma le parole di questo anonimo, furono presto sostituite da ben due versioni differenti: dapprima la versione di Juan Andres Caruso (QUI) e successivamente quelle di Jesús Fernández Blanco (QUI).
Nel 58, il trio de Los Muchachos de Antes (quelli di Panchito Cao) lo trasformò in un cavallo di battaglia (QUI), portandolo alle orecchie di tutti i portenos, anche di quelli che stavano cominciando a perdere la testa per il rock and roll.
E ancora oggi lo adoriamo; a me piace in tutte le versioni: il ritmato di D’arienzo (QUI), lo “strascicato” di Sassone (QUI); ma anche i più canyengue: la velocissima di Villasboas (QUI) o quello, fra i primi registrati nel 1926 dalla Tipica Victor (QUI). Indimenticabile e imperdibile la versione di Osvaldo Pugliese (QUI)! Alzi la mano che non l’ha mai ballata! 🙂

Mi resta comunque la voglia di sentire il Gato che ha dato ispirazione per questo capolavoro. A voi no? che bello sarebbe se sbucasse un appassionato e ce lo facesse ascoltare! 😉

Un caro saluto
Chiara

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